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Spagna, Sánchez convoca elezioni anticipate: perché si vota il 29 novembre e cosa rischia davvero

La Spagna torna alle urne molto prima del previsto. Pedro Sánchez ha deciso di sciogliere le Cortes e di convocare elezioni generali anticipate per il 29 novembre 2026, ponendo fine alla legislatura iniziata dopo le elezioni del luglio 2023. La decisione, annunciata il 5 ottobre e formalizzata con il Real Decreto 806/2026 pubblicato sul Boletín Oficial del Estado il 6 ottobre, apre una campagna elettorale destinata ad avere conseguenze non soltanto sulla politica spagnola, ma anche sugli equilibri dell'Europa meridionale.
La scelta di Sánchez arriva dopo una serie di settimane caratterizzate da una crescente difficoltà parlamentare, dalla crisi abitativa diventata uno dei principali problemi sociali del Paese e dal fallimento in Parlamento di due provvedimenti del governo proprio sulla casa. Il premier ha quindi trasformato una situazione di blocco politico in una sfida elettorale: saranno gli spagnoli a decidere se confermare l'attuale linea progressista oppure aprire la strada a un possibile governo guidato dal Partido Popular con il sostegno di Vox.
Ma dietro la decisione c'è molto più di una semplice sconfitta parlamentare.

Il voto era previsto nel 2027, Sánchez ha deciso di anticiparlo

La legislatura non era arrivata alla sua naturale conclusione. Il voto precedente si era svolto il 23 luglio 2023 e le nuove elezioni sarebbero dovute arrivare nel 2027. Sánchez ha invece scelto di utilizzare la possibilità costituzionale di proporre lo scioglimento delle Cortes.
Il decreto ufficiale stabilisce che saranno eletti sia il Congresso dei Deputati sia il Senato e che la giornata elettorale sarà domenica 29 novembre 2026. La campagna elettorale inizierà alla mezzanotte del 13 novembre e terminerà il 27 novembre; il 28 sarà la giornata di riflessione.
Il calendario è quindi già partito. I partiti hanno cominciato a organizzare la precampagna e i primi appuntamenti pubblici sono stati annunciati già in questi giorni. Il Partito Popolare ha scelto di partire anche da Ceuta, una decisione tutt'altro che casuale considerando quanto il tema migratorio sia diventato centrale nel rapporto tra Madrid, Roma e Bruxelles.

La scintilla è stata la crisi della casa

Il detonatore politico dell'anticipo elettorale è stato il fallimento di due decreti sulla casa.
Il governo Sánchez aveva presentato misure pensate per intervenire su uno dei problemi più sentiti dalla popolazione: l'aumento dei prezzi degli affitti, la difficoltà di trovare abitazioni accessibili e il rischio di sfratto per alcune categorie di cittadini.
Il Parlamento ha respinto i provvedimenti con il voto contrario dell'opposizione e di Junts, partito catalano che negli ultimi anni era stato determinante per la sopravvivenza parlamentare dell'esecutivo socialista. Il risultato ha mostrato ancora una volta quanto sia fragile la posizione del governo.
La crisi abitativa è diventata ancora più esplosiva dopo il caso di Maricarmen Abascal, 87 anni, il cui sfratto a Madrid ha provocato una forte reazione dell'opinione pubblica e numerose manifestazioni. La vicenda è diventata uno dei simboli della difficoltà di molti cittadini davanti al costo delle abitazioni.
Sánchez ha deciso di trasformare proprio questa emergenza nel principale argomento della sua campagna.
Il messaggio è relativamente semplice: il governo avrebbe tentato di intervenire sulla casa, ma l'opposizione avrebbe impedito l'approvazione delle misure.
La destra risponde naturalmente con una lettura opposta: se il governo non riesce più a ottenere una maggioranza parlamentare stabile, allora è arrivato il momento di cambiare maggioranza.

Dopo lo scioglimento, il governo ha riproposto i provvedimenti sulla casa

C'è però un elemento successivo che merita particolare attenzione.
Il 6 ottobre il governo spagnolo ha approvato nuovamente due decreti sulla casa, rielaborando le misure che erano state respinte dal Parlamento. Tra gli interventi figurano limiti agli affitti in determinate aree, una sospensione temporanea degli sfratti e restrizioni agli acquisti di immobili residenziali da parte di alcune società.
La situazione istituzionale è particolare perché le Cortes sono state sciolte. A operare rimane quindi la Diputación Permanente, un organismo ristretto previsto dal sistema parlamentare spagnolo.
Sánchez ha difeso la scelta sostenendo che le misure siano necessarie per intervenire su un mercato immobiliare che, a suo giudizio, sarebbe stato deformato dalla speculazione.
Gli oppositori contestano invece l'efficacia e le possibili conseguenze economiche dei provvedimenti, sostenendo che alcuni interventi possano scoraggiare gli investimenti e ridurre ulteriormente l'offerta di abitazioni.
Il tema della casa sarà quindi probabilmente il vero campo di battaglia della campagna.

Sánchez ha trasformato il voto in una scelta tra due modelli di Spagna

Nel discorso con cui ha annunciato le elezioni, Sánchez non ha utilizzato soltanto argomenti tecnici.
Il premier ha presentato la consultazione come una scelta sul futuro del Paese, contrapponendo il progetto progressista alla possibilità di un governo sostenuto dalla destra e dall'estrema destra.
Ha parlato della possibilità che la Spagna scelga di unirsi alla "onda ultraderechista" europea oppure continui a rappresentare un modello di apertura, giustizia sociale e tutela ambientale. Ha inoltre sostenuto che una eventuale coalizione tra Partido Popular e Vox potrebbe cancellare o ridimensionare alcune delle politiche introdotte negli ultimi anni.
È un'impostazione chiaramente politica e deve essere letta come tale: non significa che un futuro governo PP-Vox sia automaticamente destinato a cancellare determinati diritti, ma che questo è il rischio politico che Sánchez sta indicando agli elettori per mobilitare il proprio campo.
Dall'altra parte, il Partido Popular sostiene che il voto serva proprio a porre fine alla dipendenza del governo dai partiti regionalisti e indipendentisti.

Cosa dicono oggi i sondaggi

Il quadro dei sondaggi rappresenta uno dei motivi per cui la scelta di Sánchez è considerata una vera scommessa.
Secondo la media dei sondaggi elaborata da RTVE al 5 ottobre, il Partido Popular sarebbe davanti con una proiezione di circa 137 seggi, mentre il PSOE si fermerebbe intorno a 104. Vox arriverebbe a circa 65 deputati, mentre Sumar scenderebbe intorno ai 10. La somma PP-Vox supererebbe quindi abbondantemente quota 176, cioè la maggioranza assoluta del Congresso.
Altri aggregatori mostrano percentuali simili: il PP è generalmente davanti al PSOE, mentre Vox ha aumentato il proprio peso rispetto alle elezioni del 2023. Ma i sondaggi non sono risultati elettorali e il sistema spagnolo, con le sue circoscrizioni provinciali e i partiti regionali, rende particolarmente rischioso trasformare le percentuali nazionali in una previsione certa dei seggi.
È proprio qui che la strategia di Sánchez diventa interessante.
Il premier non parte favorito in molti dei sondaggi disponibili, ma punta a trasformare la campagna in un referendum politico sulla possibilità di una maggioranza PP-Vox.
E la storia elettorale recente spagnola invita alla prudenza: nel 2023 molti sondaggi indicavano un vantaggio della destra che non si tradusse nella maggioranza prevista.

Il ruolo decisivo di Vox

Vox potrebbe essere il vero ago della bilancia.
Se il PP dovesse ottenere un risultato vicino alle proiezioni attuali ma non raggiungesse da solo la maggioranza, Santiago Abascal potrebbe trovarsi nella posizione di determinare la formazione del prossimo governo.
È lo scenario che Sánchez vuole utilizzare per mobilitare l'elettorato socialista e progressista.
Ma c'è anche un problema per la sinistra: il campo progressista appare più frammentato rispetto al passato. Sumar è in difficoltà e a sinistra del PSOE continua il tentativo di costruire una formula capace di evitare una dispersione dei voti.
La partita non sarà quindi soltanto Sánchez contro Feijóo.
Sarà anche una sfida sulla capacità dei due grandi blocchi di trasformare voti dispersi in seggi.

E Junts? La rottura con gli alleati è uno dei nodi della legislatura

Un altro elemento fondamentale è il rapporto con Junts e con i partiti catalani.
Sánchez ha costruito la propria maggioranza parlamentare attraverso accordi molto complessi con forze regionaliste e indipendentiste, compreso l'accordo sull'amnistia per i protagonisti del processo indipendentista catalano.
Quella strategia gli ha permesso di rimanere al governo, ma ha contemporaneamente prodotto una situazione nella quale ogni provvedimento importante richiede negoziazioni delicate.
Il fallimento dei decreti sulla casa ha dimostrato che questa formula non è più sufficiente a garantire una maggioranza stabile.
L'anticipo elettorale può quindi essere letto anche come il tentativo di ottenere un mandato parlamentare più chiaro.

La crisi di Sánchez non è soltanto parlamentare

Alla fragilità parlamentare si aggiungono le controversie giudiziarie e politiche che negli ultimi mesi hanno coinvolto esponenti del PSOE e persone vicine al premier.
È importante però distinguere le responsabilità individuali dalle responsabilità politiche.
Le indagini e i procedimenti giudiziari non dimostrano automaticamente responsabilità penali del presidente del governo né trasformano Sánchez in imputato per fatti commessi da altre persone.
Politicamente, tuttavia, questi casi hanno contribuito a indebolire la narrazione di stabilità dell'esecutivo e saranno certamente utilizzati dagli avversari durante la campagna.
Il PP e Vox hanno già annunciato che la corruzione, l'immigrazione e la sicurezza saranno tra i temi centrali della loro comunicazione elettorale.

Sánchez e l'Italia: perché il rapporto con Meloni è diventato così duro

In questo quadro entra anche il rapporto con Giorgia Meloni.
La rivalità tra Sánchez e Meloni non nasce nel 2026. Già nell'ottobre 2024 il premier spagnolo aveva criticato apertamente alcune politiche migratorie italiane, citando anche la possibilità di limitare l'accesso alle SIM per alcune persone migranti e definendo la linea italiana incompatibile con la propria idea di integrazione.
Nel 2025 il confronto è proseguito soprattutto sul ruolo internazionale della Spagna, sulla difesa europea, sull'immigrazione e sui rapporti con la NATO.
Ma è nel 2026 che la contrapposizione è diventata molto più visibile.

La crisi di Ceuta ha fatto esplodere lo scontro Roma-Madrid

Alla fine di luglio una grande ondata di arrivi irregolari ha interessato Ceuta, enclave spagnola in territorio africano.
L'Italia ha reagito reintroducendo temporaneamente controlli mirati sui viaggiatori provenienti dalla Spagna, sostenendo che fosse necessario tutelare la sicurezza nazionale e prevenire possibili movimenti secondari di cittadini di Paesi terzi.
Madrid ha risposto con controlli sui viaggiatori provenienti dall'Italia.
La crisi è così diventata una disputa diplomatica interna allo spazio Schengen.
Sánchez ha risposto direttamente alle critiche italiane.
Il 31 luglio ha pubblicato sui social i dati che, secondo Frontex e secondo la sua ricostruzione, indicavano 478.600 ingressi irregolari in Italia tra il 2021 e il 2026, contro 234.760 in Spagna.
La frase politica scelta dal premier spagnolo fu particolarmente netta: la solidarietà e l'empatia sono opzionali, mentre il rispetto dei trattati europei e dei dati, secondo Sánchez, non lo sarebbe.
È uno degli episodi più recenti e documentati in cui Sánchez ha criticato direttamente la posizione italiana.

Il riferimento alla "signora Meloni"

A settembre il premier spagnolo è tornato a parlare della presidente del Consiglio italiana.
In un'intervista televisiva ha ricordato che il governo Meloni aveva celebrato il proprio record di durata, sottolineando che il suo esecutivo era al potere da oltre otto anni e che durante quel periodo aveva visto numerosi governi europei cambiare premier.
Il riferimento alla "signora Meloni" è stato interpretato come una nuova frecciata politica, anche perché Sánchez ha utilizzato proprio la longevità dei rispettivi governi come termine di paragone. La formulazione, tuttavia, conteneva anche un'imprecisione sulla durata del governo italiano: Meloni è presidente del Consiglio dal 2022, non da un periodo superiore a quello indicato in alcuni passaggi della dichiarazione.
Non bisogna però dimenticare un elemento che rende il quadro meno lineare.
A giugno, dopo gli attacchi pubblici di Donald Trump a Meloni, Sánchez aveva espresso solidarietà alla premier italiana, definendo gli attacchi difficili persino da qualificare. Fonti spagnole avevano inoltre descritto come cordiale il dialogo tra i due sul tema migratorio.
Quindi parlare di "guerra personale" tra Sánchez e Meloni sarebbe una semplificazione.
È più corretto parlare di una rivalità politica diventata particolarmente aspra su immigrazione, sovranità, Europa e modello di governo.

Perché l'Italia è importante nella campagna spagnola

Il tema italiano potrebbe comunque tornare durante la campagna.
Meloni rappresenta per Sánchez l'esempio di un governo europeo di destra che il premier socialista vuole contrapporre al proprio modello progressista.
Ma il rapporto con Roma ha anche una dimensione europea concreta.
Italia e Spagna condividono interessi enormi: Mediterraneo, agricoltura, energia, migrazione, industria, politica di coesione e futuro bilancio europeo.
Nel giugno 2026, proprio Meloni e Sánchez avevano concordato la necessità di una posizione comune sul prossimo bilancio dell'Unione Europea, difendendo gli investimenti e la politica di coesione.
Questo dimostra che la contrapposizione politica non impedisce necessariamente la cooperazione istituzionale.
Ed è probabilmente uno degli elementi più importanti da ricordare quando la campagna elettorale cercherà di trasformare Madrid e Roma in due modelli completamente incompatibili.

Cosa succederà adesso

Il 29 novembre sarà una delle elezioni più importanti della politica spagnola degli ultimi anni.
Se il PP e Vox confermeranno nei seggi la forza che oggi emerge da molti sondaggi, la Spagna potrebbe assistere a un cambio di maggioranza e alla formazione di un governo di destra.
Se invece Sánchez riuscirà a recuperare terreno, il PSOE potrebbe rimanere centrale nella formazione del prossimo esecutivo.
Esiste poi uno scenario intermedio: una vittoria del PP senza maggioranza sufficiente e una trattativa complessa con Vox e con le forze regionaliste.
La vera incognita è dunque la distanza tra il consenso nazionale e la distribuzione dei seggi.

La scommessa di Sánchez

La scelta del premier spagnolo può essere interpretata in due modi.
Per i suoi sostenitori, Sánchez ha riconosciuto che il Parlamento non consentiva più di governare efficacemente e ha restituito la parola agli elettori.
Per i suoi avversari, ha invece anticipato il voto in un momento in cui la sua maggioranza era diventata fragile e in cui la crisi abitativa gli offriva un tema capace di mobilitare l'elettorato progressista.
Entrambe sono interpretazioni politiche, non fatti dimostrati.
Il fatto è che Sánchez ha deciso di rischiare.
E lo ha fatto senza avere la certezza che il risultato possa premiarlo.
Il 29 novembre gli spagnoli non voteranno soltanto per un nuovo Parlamento. Voteranno, indirettamente, anche su quale direzione dovrà prendere la Spagna: una continuità progressista guidata dal PSOE oppure un possibile cambio di maggioranza con il Partido Popular e Vox al centro della scena.
E questa scelta avrà inevitabilmente conseguenze anche sul resto dell'Europa.
Perché Madrid non è soltanto una capitale nazionale.
È uno dei grandi Paesi dell'Unione Europea.
E il risultato del 29 novembre potrebbe cambiare gli equilibri politici del Mediterraneo, il dibattito europeo sull'immigrazione e il rapporto tra le diverse destre e sinistre del continente.

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