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Trump e il governo dei super-ricchi: 57 funzionari sopra i 100 milioni, è un record americano

Quando si parla dei soldi che circolano intorno alla seconda amministrazione Donald Trump, la prima cosa da chiarire è che non stiamo parlando degli stipendi percepiti dai funzionari, ma dei loro patrimoni personali, cioè del valore complessivo di attività finanziarie, partecipazioni societarie, immobili e altri beni dichiarati o stimati. Ed è proprio su questo terreno che emerge un dato difficilmente ignorabile: secondo un’analisi pubblicata da Public Citizen nell’agosto 2026, sono 57 le persone dell’amministrazione Trump, escluso il presidente, che raggiungono o possono raggiungere un patrimonio di almeno 100 milioni di dollari. Il gruppo comprende 40 figure con incarichi di alto livello nell’apparato federale e 17 ambasciatori. Otto dei 23 componenti del Cabinet rientrano nella stessa fascia. Il confronto con il passato rende il numero ancora più significativo: George W. Bush e Joe Biden ne avevano cinque ciascuno, mentre Barack Obama ne aveva tre. In altre parole, i 57 super-ricchi individuati nell’attuale amministrazione sono più di quattro volte il totale combinato delle tre precedenti. Non significa che ogni singolo patrimonio sia oggi esattamente quello indicato nei documenti, perché le dichiarazioni finanziarie americane utilizzano spesso intervalli e valori massimi dichiarabili, ma il fenomeno fotografato dal rapporto è netto: la presenza di grandi patrimoni ai vertici dello Stato non è mai stata così numerosa nella politica americana contemporanea.

Howard Lutnick, Linda McMahon e una squadra da miliardi

Tra i nomi più rappresentativi ci sono Howard Lutnick e Linda McMahon, due figure che raccontano bene la natura economica della squadra scelta da Trump. Lutnick, segretario al Commercio ed ex numero uno di Cantor Fitzgerald, era già considerato uno degli uomini più ricchi arrivati al governo; oggi però la sua situazione patrimoniale è cambiata sensibilmente. Forbes ha stimato nel settembre 2026 un patrimonio di circa 7,3 miliardi di dollari per Lutnick e la sua famiglia, quasi il doppio rispetto alla stima precedente, con una parte consistente della crescita collegata alla partecipazione indiretta in Tether attraverso Cantor Fitzgerald. Anche Stephen Feinberg, vice segretario alla Difesa e cofondatore di Cerberus Capital Management, si colloca nella fascia dei miliardari: Forbes lo stima intorno ai 6,3 miliardi di dollari a settembre 2026. Linda McMahon, segretaria all’Istruzione e storica figura della WWE insieme al marito Vince McMahon, rimane anch’essa una miliardaria secondo le principali stime finanziarie, mentre Steve Witkoff, inviato speciale di Trump, aveva già raggiunto circa 2,3 miliardi secondo Forbes nell’aprile 2026. Scott Bessent, segretario al Tesoro, è invece un esempio interessante di quanto sia importante non confondere le etichette giornalistiche con i dati: viene talvolta definito miliardario, ma le sue dichiarazioni finanziarie pubbliche e le stime disponibili lo collocano in una fascia nettamente inferiore al miliardo. Il quadro, dunque, non è quello di un governo composto esclusivamente da miliardari, ma di una squadra nella quale i patrimoni da centinaia di milioni e da miliardi sono diventati una presenza molto più normale che in passato.

Il confronto con Bush, Obama e Biden cambia completamente la prospettiva

Per capire quanto sia particolare questa situazione bisogna evitare il confronto basato soltanto sui singoli nomi e guardare alle proporzioni. Public Citizen ha individuato cinque funzionari sopra i 100 milioni nell’amministrazione George W. Bush, tre nell’amministrazione Barack Obama e cinque in quella Joe Biden. Complessivamente fanno 13, contro i 57 attribuiti alla seconda amministrazione Trump. Anche Forbes, utilizzando però una metodologia diversa e concentrandosi sul solo Cabinet, aveva già certificato nel 2025 un altro record: il patrimonio complessivo dei membri del Cabinet Trump, senza conteggiare il presidente, era stimato in circa 7,5 miliardi di dollari, più del doppio dei circa 3,2 miliardi attribuiti al Cabinet Trump del 2019 e enormemente superiore ai circa 110 milioni stimati per il Cabinet Biden nel 2021. Sono numeri costruiti con criteri differenti e quindi non vanno sommati o confrontati come se provenissero dallo stesso identico bilancio contabile, ma raccontano la stessa tendenza. Il salto rispetto a Biden è particolarmente evidente: da un Cabinet relativamente vicino alla tradizionale carriera politica americana a una squadra nella quale Wall Street, private equity, grandi imprese, intrattenimento, tecnologia e finanza privata occupano uno spazio molto più grande. Ed è proprio qui che il tema della ricchezza smette di essere una semplice curiosità e diventa una questione politica: quanto cambia il modo di governare quando una parte così consistente dei decisori appartiene allo stesso mondo economico delle persone e delle aziende che il governo deve regolamentare?

La storia americana ha già conosciuto uomini ricchissimi al potere, ma il paragone va fatto con cautela

Dire che Trump abbia inventato il rapporto tra grandi fortune e governo americano sarebbe sbagliato. La storia degli Stati Uniti è piena di uomini d’affari diventati protagonisti della politica federale, e il caso più famoso resta quello di Andrew Mellon, segretario al Tesoro tra il 1921 e il 1932 sotto tre presidenti, Warren G. Harding, Calvin Coolidge e Herbert Hoover. Mellon era già uno degli uomini più ricchi degli Stati Uniti prima di entrare nel governo e il suo patrimonio, secondo le ricostruzioni storiche, raggiunse livelli enormi per l’epoca. Il National Park Service ricorda che la sua fortuna arrivò a centinaia di milioni di dollari, mentre altre ricostruzioni storiche hanno stimato valori ancora superiori al picco degli anni Venti. Per questo il paragone puramente nominale con il presente può essere fuorviante: 100 milioni di dollari del 1920 non possono essere messi sullo stesso piano di 100 milioni del 2026. La vera differenza dell’era Trump è quindi un’altra. Non è semplicemente la presenza di una persona estremamente ricca, come Mellon, ma la dimensione del gruppo: decine di funzionari e ambasciatori con patrimoni nell’ordine delle centinaia di milioni o dei miliardi. Già nel 2016, quando Trump preparava il suo primo governo, il Washington Post definì quella squadra la più ricca della storia moderna americana; all’epoca il Cabinet di George W. Bush del 2001 aveva un patrimonio complessivo, rivalutato, di circa 250 milioni di dollari. Oggi il confronto è diventato ancora più estremo.

Ma patrimonio e potere non sono la stessa cosa: il vero tema sono i conflitti d’interesse

È proprio qui che la discussione diventa più interessante e anche più delicata. Avere molti soldi non significa automaticamente essere incapaci di svolgere un incarico pubblico, né significa che una persona ricca agirà necessariamente contro l’interesse generale. Il problema nasce quando il patrimonio di un funzionario è legato a società, settori industriali o investimenti che possono essere influenzati direttamente dalle decisioni prese dal governo. Le dichiarazioni finanziarie pubblicate e raccolte da ProPublica mostrano quanto siano articolati questi legami: partecipazioni societarie, fondi, immobili, trust, attività familiari e rapporti professionali rendono molto più complesso separare il ruolo pubblico dagli interessi privati. Il caso di Lutnick è emblematico anche perché la sua ricchezza è fortemente legata al mondo finanziario e a partecipazioni che si sono rivalutate mentre lui occupava un posto centrale nella politica commerciale americana. Per Steve Witkoff, invece, la crescita della fortuna è stata collegata anche a investimenti nel settore delle criptovalute e a World Liberty Financial, realtà legata alla famiglia Trump. Sono circostanze che non dimostrano da sole un illecito e vanno tenute separate dalle accuse politiche, ma spiegano perché i watchdog insistano sulla necessità di trasparenza, divestimenti e regole etiche rigorose. La domanda, in fondo, non è se un miliardario possa governare: è se un governo riesca a garantire che chi prende decisioni pubbliche possa farlo senza che il proprio patrimonio personale diventi una variabile troppo importante.

Il record dei numeri apre una domanda molto più grande sulla politica americana

Alla fine, il dato dei 57 super-ricchi dice qualcosa che va oltre Donald Trump e la sua personale visione del potere. La seconda amministrazione Trump rappresenta, almeno secondo le analisi oggi disponibili, una concentrazione di grandi patrimoni senza precedenti nella politica americana contemporanea, ma sarebbe semplicistico fermarsi alla cifra e trasformarla automaticamente in un giudizio politico. Il punto vero è capire cosa succede quando la distanza economica tra chi governa e una parte enorme della popolazione diventa così ampia. Trump stesso, che Forbes stima intorno ai 6,9 miliardi di dollari nella rilevazione più recente disponibile al 12 settembre 2026, rappresenta un caso quasi unico nella storia presidenziale americana; nel frattempo alcuni dei suoi principali collaboratori hanno visto crescere ulteriormente le proprie fortune. Eppure il confronto con Andrew Mellon dimostra che il rapporto tra grandi ricchezze e potere non è una novità: ciò che appare nuovo è la scala raggiunta oggi e la quantità di persone molto ricche distribuite contemporaneamente tra Cabinet, agenzie federali e diplomazia. È un tema che merita di essere discusso senza slogan, perché dietro quei miliardi ci sono domande concrete su tasse, regolamentazione, politica commerciale, tecnologia, finanza e conflitti d’interesse. E proprio per questo vogliamo lasciare la parola anche a chi legge: secondo voi avere un patrimonio enorme è un vantaggio per chi deve governare, oppure aumenta inevitabilmente la distanza tra il potere e la vita quotidiana dei cittadini? E un governo con 57 funzionari sopra i 100 milioni vi sembra un segnale di competenza o un campanello d’allarme? Potete continuare la discussione anche sugli altri nostri social e, soprattutto, rispondere sul Canale Telegram attraverso i banner presenti sul blog, dove continueremo a seguire l’evoluzione della politica americana, dei suoi protagonisti e dei loro interessi economici.

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