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Campari, bufera sul presidente: chiesto il processo per la presunta evasione da 1,29 miliardi

La vicenda che coinvolge Campari, uno dei marchi italiani più conosciuti nel mondo degli aperitivi, entra in una nuova fase giudiziaria. La Procura di Monza ha chiesto il rinvio a giudizio di Luca Garavoglia, presidente del gruppo, e di Giovanni Berto, rappresentante legale di Lagfin, la holding lussemburghese attraverso cui la famiglia Garavoglia controlla la società. Al centro dell’inchiesta c’è una presunta evasione fiscale da circa 1,29 miliardi di euro, legata a una riorganizzazione societaria che avrebbe trasferito in Lussemburgo la struttura di controllo del gruppo.
La notizia, emersa l’8 ottobre 2026, richiede però alcune precisazioni. La richiesta di rinvio a giudizio non equivale a una condanna e non dimostra, da sola, che sia stato commesso un reato. Sarà un giudice a valutare se esistano i presupposti per aprire il processo. Nel frattempo, Garavoglia e Berto contestano le accuse e la difesa sostiene che la loro correttezza sarà dimostrata in sede giudiziaria.
La cifra di 1,29 miliardi di euro ha attirato l’attenzione perché rappresenta una delle contestazioni fiscali più rilevanti legate a una grande realtà industriale italiana. Ma per comprendere il caso bisogna distinguere l’importo dell’imposta ritenuta non versata, le plusvalenze oggetto dell’indagine, il sequestro eseguito nel 2025 e l’accordo raggiunto successivamente con l’amministrazione finanziaria.
 

Che cosa contesta la Procura

Secondo la ricostruzione degli investigatori, il caso riguarda una riorganizzazione societaria avviata nel 2018 e collegata alla fusione tra Alicros, società italiana che controllava il gruppo, e Lagfin, holding lussemburghese già presente nella catena proprietaria. L’operazione avrebbe riunito le due strutture in un’unica entità con sede in Lussemburgo, titolare di una partecipazione di controllo in Campari.
La Procura e la Guardia di Finanza ritengono che l’operazione abbia comportato il trasferimento all’estero di valori imponibili senza il corretto assolvimento dell’exit tax, cioè l’imposta che può applicarsi quando una società trasferisce la propria residenza fiscale fuori dall’Italia e porta con sé plusvalenze maturate nel territorio nazionale.
Nell’ipotesi accusatoria, tra il 2018 e il 2020 sarebbero emerse plusvalenze non dichiarate per circa 5,3 miliardi di euro. Su quella base, l’imposta che si ritiene non versata sarebbe pari a circa 1,29 miliardi. Si tratta, è bene ribadirlo, della ricostruzione investigativa: la responsabilità penale delle persone coinvolte non è stata accertata con una sentenza definitiva.
L’ipotesi di reato indicata nelle notizie sul procedimento è quella di dichiarazione fraudolenta. Il nodo da chiarire in sede giudiziaria riguarda la natura dell’operazione societaria, il trattamento fiscale delle plusvalenze e l’eventuale sussistenza degli elementi necessari a sostenere l’accusa.
 

Che cos’è l’exit tax e perché è importante in questa vicenda

L’exit tax è una forma di tassazione che può entrare in gioco quando un’impresa trasferisce la propria residenza fiscale all’estero. In determinate circostanze, il trasferimento può comportare la tassazione delle plusvalenze latenti, cioè dell’incremento di valore maturato da beni e attività mentre erano collegati al sistema fiscale italiano.
La logica della norma è evitare che il trasferimento della residenza fiscale sottragga alla tassazione italiana valori che si sono formati nel periodo in cui l’impresa era soggetta alla potestà impositiva nazionale. L’applicazione concreta dipende, tuttavia, dalla struttura dell’operazione, dalla natura degli asset, dalle norme applicabili e dalla situazione fiscale specifica.
Nel caso Campari, secondo l’ipotesi degli inquirenti, la riorganizzazione avrebbe determinato plusvalenze imponibili senza il versamento dell’imposta dovuta. La difesa contesta la ricostruzione accusatoria e sarà il procedimento giudiziario, se verrà aperto, a esaminare le questioni di diritto e di fatto.
Per questo è scorretto presentare come già dimostrato che il gruppo abbia evaso 1,29 miliardi di euro. La formulazione corretta è che la Procura contesta una presunta evasione di tale importo e ha chiesto il rinvio a giudizio di due persone.
 

La fusione tra Alicros e Lagfin

L’origine della vicenda risale alla riorganizzazione della struttura di controllo del gruppo. Alicros era la società italiana che controllava direttamente Campari; Lagfin, con sede in Lussemburgo, era già parte della catena proprietaria. L’operazione di fusione ha riunito le due realtà e ha portato la partecipazione di controllo in Campari all’interno della struttura lussemburghese.
Secondo la ricostruzione della Procura e della Guardia di Finanza, proprio questa operazione avrebbe dovuto essere accompagnata dal corretto trattamento fiscale delle plusvalenze maturate in Italia. Gli investigatori ritengono che ciò non sia avvenuto nella misura dovuta.
Il punto non è semplicemente che una società abbia una holding in Lussemburgo: le strutture societarie internazionali sono legittime quando rispettano le norme applicabili. La questione investigativa è se la specifica operazione abbia prodotto obblighi fiscali in Italia e se tali obblighi siano stati correttamente dichiarati e assolti.
È una differenza fondamentale per raccontare la vicenda senza trasformare un’ipotesi d’accusa in un verdetto.
 

Il sequestro da oltre 1,29 miliardi di euro

Un passaggio precedente dell’indagine risale all’ottobre 2025, quando la Guardia di Finanza eseguì un sequestro di azioni Campari detenute da Lagfin. Il valore indicato nel provvedimento era pari a circa 1,292 miliardi di euro, corrispondente all’importo dell’imposta che gli investigatori ritenevano non versata.
Il sequestro aveva una funzione cautelare e non costituiva una condanna definitiva né la prova conclusiva della responsabilità degli interessati. In base alle ricostruzioni pubblicate all’epoca, il vincolo riguardava azioni della società quotata, non il sequestro indistinto di tutte le attività di Campari.
Anche questo dettaglio è importante: il procedimento riguarda l’assetto societario e fiscale collegato alla holding di controllo. Non è corretto descrivere automaticamente Campari come società operativa condannata per evasione, né attribuire alla società quotata ogni contestazione rivolta alla sua struttura proprietaria.
 

L’accordo con il Fisco da 405 milioni: perché non chiude il caso penale

Nel dicembre 2025 Lagfin aveva raggiunto un accordo con l’amministrazione finanziaria italiana per versare circa 405 milioni di euro, attraverso un piano di pagamenti distribuito su quattro anni, per definire il contenzioso tributario. Questo accordo ha rappresentato un passaggio rilevante sul piano fiscale, ma non ha automaticamente chiuso il procedimento penale.
I due percorsi sono distinti: da una parte c’è la definizione della controversia con il Fisco, dall’altra la valutazione giudiziaria delle eventuali responsabilità penali personali. Per questo, anche dopo l’accordo tributario, la Procura ha potuto proseguire la propria valutazione e chiedere il rinvio a giudizio.
Non si devono quindi sommare o confondere le cifre. I 405 milioni riguardano l’intesa tributaria; gli 1,29 miliardi rappresentano l’importo che, secondo l’accusa, sarebbe stato dovuto a titolo di exit tax; i 5,3 miliardi sono le plusvalenze che gli investigatori ritengono non dichiarate. Sono numeri collegati alla stessa vicenda, ma descrivono grandezze diverse.
 

La posizione di Lagfin e la prescrizione

Dopo la notizia della richiesta di rinvio a giudizio, Lagfin ha dichiarato la propria totale estraneità al procedimento relativo alla posizione di Garavoglia. La holding ha inoltre affermato che, per i medesimi fatti, la sua posizione era già stata archiviata per intervenuta prescrizione con un decreto del 9 luglio 2026.
La società ha sostenuto, di conseguenza, che non subirà pregiudizi patrimoniali a seguito del procedimento in corso. Si tratta della posizione espressa dalla holding, che va riportata come tale e non confusa con una pronuncia generale sulla fondatezza di ogni contestazione relativa alla vicenda.
L’archiviazione per prescrizione, infatti, non equivale a una sentenza che accerti nel merito l’innocenza o la colpevolezza. Indica che il procedimento nei confronti del soggetto interessato è stato definito sulla base di una causa giuridica che impedisce di proseguirlo, senza necessariamente arrivare a un giudizio sul merito delle accuse.
Questo elemento rende il caso più articolato: la posizione della holding e quella delle persone fisiche non devono essere considerate automaticamente identiche.
 

Che cosa succede adesso

La Procura ha chiesto il rinvio a giudizio di Luca Garavoglia e Giovanni Berto. Il passaggio successivo sarà l’udienza preliminare, che dovrà essere fissata dal giudice competente. Al termine, il giudice deciderà se disporre il processo oppure adottare una decisione diversa, secondo gli elementi disponibili e le regole procedurali.
La richiesta dei pubblici ministeri non significa quindi che il processo sia già iniziato. Non equivale neppure a un riconoscimento di colpevolezza. Fino a una decisione definitiva, resta valido il principio della presunzione di innocenza.
La difesa, attraverso l’avvocato Giuseppe Iannaccone, ha dichiarato che nel processo sarà dimostrata l’innocenza dei propri assistiti. Garavoglia, secondo la nota diffusa da Lagfin, ritiene di aver agito correttamente e nel pieno rispetto della legge e intende difendersi in tutte le sedi previste.
 

Chi è Luca Garavoglia e quale ruolo ha in Campari

Luca Garavoglia è il presidente di Campari e il principale azionista del gruppo attraverso la struttura di controllo della famiglia. Ricopre la carica di presidente da molti anni ed è una figura centrale nell’assetto proprietario della società.
La vicenda ha quindi un rilievo che va oltre il nome di un singolo marchio: riguarda la governance di un gruppo internazionale, le regole fiscali applicabili alle riorganizzazioni transfrontaliere e il rapporto tra pianificazione societaria, obblighi tributari e responsabilità individuale.
Proprio per questo è necessario evitare due semplificazioni opposte: da un lato, trattare l’accusa come una colpa già dimostrata; dall’altro, considerare l’accordo tributario o l’archiviazione della posizione di Lagfin come se cancellassero automaticamente ogni questione giudiziaria riguardante le persone fisiche.
 

Le possibili conseguenze per Campari e per il mercato

Una richiesta di rinvio a giudizio che coinvolge il presidente di un grande gruppo può attirare l’attenzione degli investitori, dei dipendenti, dei partner commerciali e dei consumatori. Gli effetti effettivi dipendono però dall’evoluzione del procedimento, dalla sua durata, dalle eventuali decisioni del giudice e dalla capacità della società di mantenere chiarezza nella comunicazione.
È importante distinguere la posizione personale del presidente, quella della holding di controllo e quella della società quotata. Non si può dedurre automaticamente che Campari sia responsabile delle contestazioni rivolte a Garavoglia o a Berto, né che la vicenda comporti necessariamente un danno economico per il gruppo. Allo stesso modo, non sarebbe corretto escludere in anticipo ogni possibile conseguenza: sarà l’evoluzione dei fatti a chiarire il quadro.
Per gli azionisti, il tema riguarda soprattutto la trasparenza delle informazioni, la gestione dei rischi legali e fiscali e gli eventuali effetti che le decisioni giudiziarie potranno avere sulla struttura di controllo. Per il pubblico, invece, il caso offre un esempio concreto di quanto possano essere complesse le questioni fiscali che accompagnano le grandi riorganizzazioni internazionali.
 

Un caso ancora aperto, con cifre da non confondere

La vicenda Campari non può essere ridotta a un titolo sulla “maxi evasione” senza spiegare che cosa è contestato e a che punto si trova il procedimento. La Procura di Monza ha chiesto il rinvio a giudizio del presidente Luca Garavoglia e di Giovanni Berto per una presunta evasione da 1,29 miliardi di euro; l’ipotesi riguarda una riorganizzazione societaria e plusvalenze che gli investigatori stimano in 5,3 miliardi.
Lagfin, da parte sua, richiama l’accordo tributario da 405 milioni e dichiara di essere estranea al procedimento riguardante Garavoglia, sostenendo che la propria posizione sia stata archiviata per prescrizione nel luglio 2026. La difesa respinge le contestazioni e afferma che gli interessati dimostreranno la propria correttezza.
Ora la parola passa al giudice, che dovrà valutare se vi siano le condizioni per aprire il processo. Fino ad allora, il dato certo è la richiesta della Procura; la responsabilità penale resta da accertare. È questa la distinzione essenziale per seguire il caso con rigore, senza minimizzare la portata delle contestazioni e senza anticipare conclusioni che spettano alla magistratura.


Fonti principali:

 

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