Il costo dell’energia torna al centro del confronto economico italiano. A riportare il tema sotto i riflettori è stato Emanuele Orsini, presidente di Confindustria, intervenuto il 12 ottobre a margine dell’assemblea generale di Assolombarda a Milano. Rispondendo a una domanda sull’eventualità di un ritorno delle forniture di gas russo, Orsini ha scelto di non pronunciarsi direttamente sull’ipotesi, ma ha lanciato un messaggio destinato a far discutere: sull’energia «non ci può essere ideologia».
Una frase che riporta in primo piano un problema concreto per il sistema produttivo: quanto costa l’energia alle imprese italiane e quanto questo fattore incide sulla loro capacità di competere con le aziende degli altri Paesi europei?
Il tema, però, va affrontato distinguendo le dichiarazioni del presidente degli industriali dalle decisioni politiche e dalle regole già in vigore. Orsini non ha annunciato una richiesta formale di riapertura delle forniture russe e non ha detto che l’Italia debba tornare ad acquistare gas da Mosca. Il suo intervento ha riguardato soprattutto la necessità di valutare la politica energetica in base alle esigenze del Paese, alla sicurezza degli approvvigionamenti e alla competitività industriale.
Le parole di Orsini sul possibile ritorno del gas russo
La dichiarazione è arrivata durante l’assemblea di Assolombarda, a Milano, il 12 ottobre 2026. Interpellato sull’ipotesi di un ritorno del metano russo sui mercati europei, Emanuele Orsini ha precisato di non voler entrare direttamente nel merito della questione.
«Io non entro nel tema gas russo o non gas russo, non è di mia competenza», ha spiegato, aggiungendo che «oggi abbiamo bisogno di dire anche la verità, che non ci può essere ideologia sull’energia».
Il significato politico ed economico dell’intervento è soprattutto nel richiamo alla necessità di affrontare il tema energetico senza trasformarlo in una contrapposizione astratta. Per Confindustria, il prezzo dell’energia rappresenta un elemento determinante per la competitività delle aziende, in particolare per quelle che utilizzano grandi quantità di elettricità e gas nei processi produttivi.
Orsini ha citato esplicitamente comparti come ceramica, carta e vetro, settori nei quali il costo delle forniture energetiche e quello legato alle emissioni possono incidere in modo significativo sui bilanci.
La sua posizione, quindi, non equivale a una proposta operativa per ripristinare gli acquisti dalla Russia. È piuttosto un richiamo alla necessità di costruire un mix energetico capace di garantire forniture affidabili, prezzi sostenibili e continuità produttiva.
Gas russo, l’Europa ha già stabilito un percorso di uscita
Il dibattito sulle possibili forniture da Mosca deve fare i conti con un elemento decisivo: l’Unione europea ha già approvato una normativa che prevede il progressivo superamento delle importazioni di gas naturale russo.
Il riferimento è al Regolamento UE 2026/261, adottato il 26 gennaio 2026 e pubblicato nella Gazzetta ufficiale dell’Unione europea il 2 febbraio. Il provvedimento stabilisce un divieto progressivo per il gas russo trasportato attraverso gasdotti e per il gas naturale liquefatto, il cosiddetto GNL.
Il calendario prevede diverse scadenze, in base alla tipologia di contratto:
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Per i contratti a breve termine, il divieto sul GNL russo è scattato il 25 aprile 2026.
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Per i contratti a breve termine relativi al gas trasportato via gasdotto, il divieto è entrato in vigore il 17 giugno 2026.
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Per i contratti a lungo termine, lo stop al GNL russo è previsto dal 1° gennaio 2027.
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Per il gas via gasdotto coperto da contratti a lungo termine, la scadenza è fissata al 30 settembre 2027, con una possibile proroga tecnica al 1° novembre 2027 se non saranno rispettati gli obiettivi europei di riempimento degli stoccaggi.
Il regolamento introduce anche strumenti di controllo e tracciabilità per verificare l’origine del gas importato. L’obiettivo è impedire che il combustibile russo possa rientrare nel mercato europeo attraverso passaggi commerciali poco trasparenti.
Questo significa che un eventuale cambiamento di indirizzo non dipenderebbe soltanto dalla volontà di un singolo governo nazionale. L’Italia dovrebbe confrontarsi con il quadro normativo europeo e con gli obblighi già approvati a livello comunitario.
Il tema del gas russo resta quindi politicamente sensibile, ma non può essere raccontato come se bastasse una dichiarazione per riaprire immediatamente i flussi commerciali.
Perché il gas continua a essere importante per il sistema energetico
Il confronto non riguarda soltanto la Russia. La questione più ampia è il ruolo che il gas naturale continuerà ad avere nel sistema energetico italiano ed europeo.
Le fonti rinnovabili sono destinate ad aumentare il loro peso nella produzione di energia, ma la loro disponibilità dipende dalle condizioni meteorologiche. Sole e vento non garantiscono una produzione costante in ogni momento della giornata e in tutte le stagioni.
Per questo, nella fase attuale della transizione energetica, il gas continua a essere utilizzato per contribuire alla flessibilità del sistema elettrico e per coprire una parte della domanda quando la produzione da fonti rinnovabili non è sufficiente.
Orsini ha espresso proprio questo concetto durante l’assemblea di Assolombarda. Ha riconosciuto l’importanza di incrementare le rinnovabili, ma ha ricordato che il gas continuerà ad avere una funzione di supporto.
Il presidente di Confindustria ha descritto il combustibile come una sorta di «cuscinetto» necessario per garantire la continuità delle forniture. Ha inoltre ribadito l’importanza di un mix energetico diversificato, nel quale possano trovare spazio anche le tecnologie nucleari.
La questione, dunque, non è soltanto scegliere tra gas e rinnovabili. È individuare come combinare le diverse fonti, con quali infrastrutture e a quali costi, mantenendo al tempo stesso la sicurezza degli approvvigionamenti.
Da dove arriva il gas utilizzato in Italia
Dopo la riduzione dei rapporti energetici con Mosca, l’Italia ha progressivamente diversificato le proprie fonti di approvvigionamento.
Il gas arriva attraverso diversi corridoi internazionali e tramite terminali che consentono di importare gas naturale liquefatto, successivamente riportato allo stato gassoso e immesso nella rete nazionale.
Tra i principali Paesi e canali di approvvigionamento figurano Algeria, Azerbaigian, Qatar, Stati Uniti, Norvegia e altri fornitori. A questi si aggiunge la produzione nazionale, che contribuisce al sistema ma non è sufficiente a coprire da sola il fabbisogno del Paese.
La diversificazione è diventata una componente fondamentale della sicurezza energetica italiana. Ridurre la dipendenza da un unico fornitore significa limitare l’esposizione a interruzioni, tensioni diplomatiche e oscillazioni dei prezzi.
Il rapporto annuale 2025 di Snam evidenzia il peso crescente dei terminali di rigassificazione nel sistema nazionale. Nel 2025 gli ingressi nella rete dai punti collegati ai terminali GNL hanno raggiunto 20,48 miliardi di metri cubi, con un incremento del 39,7% rispetto al 2024.
Nello stesso anno, gli ingressi dai punti collegati alle reti estere sono stati pari a 40,41 miliardi di metri cubi, in diminuzione del 9% rispetto all’anno precedente. Snam segnala, in particolare, il forte calo dei volumi in ingresso da Tarvisio, legato alla riduzione delle importazioni dalla Russia.
Questi numeri mostrano quanto sia cambiata la struttura degli approvvigionamenti. Il GNL ha assunto un ruolo più importante e le infrastrutture di rigassificazione sono diventate un elemento strategico per garantire flessibilità.
La diversificazione, tuttavia, non elimina automaticamente il problema dei prezzi. Il gas acquistato da fornitori differenti continua a essere esposto alle dinamiche internazionali, alla disponibilità delle navi metaniere, alla domanda globale e alle tensioni geopolitiche.
Il nodo dei prezzi: perché l’energia pesa sulle imprese italiane
Per le aziende manifatturiere, l’energia non è una spesa accessoria. In molti casi è una componente essenziale del processo produttivo.
La ceramica, il vetro e la carta sono esempi di comparti nei quali il consumo energetico può incidere pesantemente sui costi industriali. Forni, impianti di lavorazione, essiccazione e macchinari richiedono forniture continue e spesso elevate quantità di energia.
Quando i prezzi aumentano, le imprese devono scegliere come assorbire il maggior costo. Possono ridurre i margini, trasferire una parte dell’aumento sui prezzi finali, limitare la produzione oppure rinviare gli investimenti.
Il rischio è che le aziende italiane perdano competitività rispetto ai concorrenti che operano in Paesi con costi energetici più bassi o con condizioni di approvvigionamento differenti.
È questo il punto sul quale insiste Confindustria: il costo dell’energia non riguarda soltanto le bollette, ma può influenzare la capacità del sistema industriale di mantenere stabilimenti, occupazione e investimenti sul territorio nazionale.
Il tema diventa ancora più importante in una fase in cui le imprese devono affrontare contemporaneamente la trasformazione digitale, la transizione energetica, la concorrenza internazionale e la necessità di rinnovare gli impianti.
ETS, perché Orsini chiede una sospensione
Nel suo intervento, il presidente di Confindustria ha collegato il tema dell’energia alla richiesta di sospendere l’ETS, il sistema europeo di scambio delle quote di emissione.
L’Emissions Trading System è uno degli strumenti centrali della politica climatica dell’Unione europea. In sintesi, stabilisce un tetto complessivo alle emissioni dei settori coinvolti e obbliga gli impianti interessati a restituire un numero di quote corrispondente alle emissioni prodotte.
Le quote possono essere acquistate e scambiate sul mercato. Il loro prezzo rappresenta quindi un costo per le aziende che non dispongono di un numero sufficiente di assegnazioni gratuite.
Il meccanismo è stato progettato per incentivare la riduzione delle emissioni e gli investimenti in tecnologie meno inquinanti. Allo stesso tempo, però, il suo impatto economico è oggetto di un confronto acceso, soprattutto per i comparti industriali esposti alla concorrenza internazionale.
Orsini ha sostenuto che l’ETS stia incidendo in maniera significativa su settori come ceramica, carta e vetro. Da qui la richiesta di sospenderne l’applicazione, nell’ambito delle iniziative che Confindustria intendeva sostenere a Bruxelles nei giorni successivi all’assemblea.
È importante distinguere questa richiesta dalle decisioni effettivamente assunte dalle istituzioni europee. Il sistema ETS non è stato automaticamente sospeso in seguito alle dichiarazioni di Orsini.
Il confronto europeo riguarda piuttosto il modo in cui conciliare gli obiettivi climatici con la necessità di mantenere una base industriale competitiva. L’Unione europea ha già previsto meccanismi di assegnazione gratuita delle quote per alcuni comparti esposti al rischio di delocalizzazione e nel 2026 ha avviato ulteriori interventi di revisione e sostegno.
Il problema, quindi, non si esaurisce nella contrapposizione tra industria e ambiente. La sfida consiste nel rendere possibile la decarbonizzazione senza spingere le produzioni fuori dall’Europa.
Il gas russo abbasserebbe davvero le bollette?
È una delle domande più importanti, ma anche una delle più difficili a cui rispondere con certezza.
Un eventuale ritorno delle forniture russe non garantirebbe automaticamente una riduzione delle bollette per famiglie e imprese. Il prezzo finale dipende da numerosi fattori: quotazioni internazionali, contratti di fornitura, costi di trasporto, disponibilità di infrastrutture, domanda stagionale, fiscalità e condizioni del mercato europeo.
Anche un aumento dell’offerta può contribuire a ridurre la pressione sui prezzi soltanto se si traduce in una maggiore disponibilità effettiva e in condizioni commerciali favorevoli.
Inoltre, il gas russo non è una risorsa economicamente isolata dalle conseguenze geopolitiche. La guerra in Ucraina, le sanzioni e le decisioni europee hanno modificato profondamente i rapporti energetici tra Mosca e i Paesi occidentali.
Un eventuale cambiamento di strategia dovrebbe quindi essere valutato anche alla luce della sicurezza degli approvvigionamenti, della stabilità dei contratti e del rischio di ricreare una dipendenza eccessiva da un singolo fornitore.
La questione non può essere ridotta alla formula secondo cui acquistare nuovamente gas russo significherebbe automaticamente pagare meno. Per dimostrarlo servirebbero condizioni contrattuali, volumi disponibili e valutazioni economiche concrete.
L’iperammortamento e la richiesta di continuare a investire
Durante l’assemblea di Assolombarda, Orsini non ha parlato soltanto di energia. Il presidente di Confindustria ha richiamato anche la necessità di proseguire con gli incentivi agli investimenti delle imprese.
In particolare, ha giudicato positivamente l’iperammortamento, sostenendo che la misura abbia contribuito a sostenere gli investimenti e la crescita economica.
Secondo i dati citati dallo stesso Orsini, a fronte di una dotazione governativa di 2,5 miliardi di euro, le richieste registrate nei primi mesi avrebbero già superato i 7 miliardi.
Il dato va interpretato correttamente: si parla di richieste e investimenti dichiarati nell’ambito della misura, non di una somma che può essere considerata automaticamente già spesa o trasformata in produzione aggiuntiva.
L’iperammortamento 2026 è stato reintrodotto per sostenere gli investimenti in beni strumentali e tecnologie innovative. La disciplina prevede una maggiorazione del costo fiscalmente ammortizzabile, con aliquote differenziate in base all’entità dell’investimento e alle caratteristiche dei beni agevolabili.
La misura è destinata a sostenere il rinnovamento tecnologico delle imprese, favorendo l’acquisto di macchinari, sistemi digitali e soluzioni produttive più avanzate.
Per Confindustria, il punto è mantenere strumenti che aiutino le aziende a investire, soprattutto in un momento in cui la competitività dipende sempre più dalla capacità di innovare e ridurre i costi.
Il vero problema: costruire una strategia energetica stabile
Le dichiarazioni di Orsini riportano al centro una questione che l’Italia deve affrontare da tempo: come garantire energia a prezzi sostenibili senza rinunciare alla sicurezza degli approvvigionamenti e agli obiettivi di transizione.
Il ritorno del gas russo è soltanto una parte del dibattito. Sul tavolo ci sono la diversificazione dei fornitori, il ruolo del GNL, la crescita delle rinnovabili, le infrastrutture, il nucleare, i costi delle emissioni e il sostegno alle imprese.
Una politica energetica efficace dovrebbe evitare sia le scorciatoie sia le contrapposizioni ideologiche. Non basta individuare una fonte come soluzione a tutti i problemi, così come non è realistico immaginare che la transizione possa avvenire senza affrontare le esigenze concrete di famiglie e aziende.
Per il sistema produttivo, la priorità è poter contare su energia disponibile, affidabile e a costi compatibili con la concorrenza internazionale. Per le istituzioni, la sfida è raggiungere questo obiettivo rispettando gli impegni europei e mantenendo una strategia di lungo periodo.
Il confronto aperto dalle parole di Orsini non ha quindi prodotto una decisione sul gas russo. Ha però riportato in evidenza una domanda più ampia: quanto può permettersi l’industria europea di pagare per l’energia senza perdere terreno rispetto ai concorrenti globali?
La risposta non dipenderà da una sola fonte di approvvigionamento, ma dalla capacità di costruire un sistema energetico diversificato, competitivo e stabile.
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