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Terremoto in Colombia, la terra trema ancora: vittime, danni e storia sismica

La Colombia si è svegliata con la terra che sembrava non voler smettere di muoversi.
Alle 7:34 del mattino del 10 agosto 2026, un terremoto di magnitudo 7,4 ha colpito il Paese, con epicentro nel municipio di San José del Palmar, nel dipartimento del Chocó.
La scossa è stata avvertita in una vasta parte della Colombia e anche oltre i confini nazionali. In poche ore il terremoto è diventato una delle più gravi emergenze sismiche degli ultimi decenni, con edifici crollati, infrastrutture danneggiate, aeroporti costretti a sospendere le operazioni e persone rimaste intrappolate sotto le macerie.
Il dato più importante, però, riguarda le vittime.
Il bilancio è ancora provvisorio. L'ultimo aggiornamento reperibile nella giornata dell'11 agosto riferisce almeno 169 morti e 1.246 feriti, ma le operazioni di soccorso e verifica nei centri più colpiti sono ancora in corso. Proprio per questo il numero potrebbe cambiare ulteriormente nelle prossime ore.
Non è soltanto la dimensione della tragedia a colpire. C'è anche un elemento scientifico che rende questo terremoto particolarmente importante: secondo il Servicio Geológico Colombiano, il sisma del 10 agosto è il più forte registrato nel territorio colombiano durante il XXI secolo.

La scossa di magnitudo 7,4 che ha cambiato la giornata della Colombia

Il terremoto è avvenuto alle 7:34 ora locale.
L'epicentro è stato localizzato a San José del Palmar, nel Chocó, mentre la profondità indicata dal Servicio Geológico Colombiano è di circa 103 chilometri.
È un dato interessante perché non si tratta di un terremoto superficiale. In genere, quando si parla di terremoti distruttivi, si tende a pensare immediatamente a un ipocentro molto vicino alla superficie.
La realtà è più complessa.
Il SGC spiega che una magnitudo così elevata permette all'energia del terremoto di propagarsi su una grande area anche quando l'ipocentro è relativamente profondo. La scossa è stata infatti percepita da migliaia di persone e le segnalazioni hanno interessato centinaia di centri abitati. Il monitoraggio ufficiale ha inoltre registrato numerose repliche nelle ore successive.
Al momento del primo aggiornamento del SGC erano già state registrate 18 repliche, con magnitudo comprese tra 1,4 e 4,8. L'istituto ha avvertito che altre scosse potevano verificarsi nei giorni successivi.
Questo non significa che un terremoto più forte sia necessariamente in arrivo.
Significa semplicemente che, dopo un evento di questa dimensione, la crosta terrestre continua a riassestarsi e possono verificarsi repliche anche per giorni o settimane.

Pereira, Cali, Manizales e Quibdó: dove sono stati maggiori i danni

Il terremoto non ha colpito soltanto le località vicine all'epicentro.
La sua energia si è propagata in un'area molto ampia e alcune delle conseguenze più pesanti sono state registrate in importanti centri urbani dell'ovest colombiano.
Tra le città maggiormente interessate figurano Pereira, Cali, Quibdó, Manizales e Armenia.
Pereira è stata particolarmente colpita. Gli aggiornamenti disponibili parlano di persone intrappolate nel sistema di trasporto a fune, edifici crollati e danni all'aeroporto internazionale Matecaña, la cui operatività è stata sospesa a causa dei problemi alla struttura.
Anche Cali ha subito crolli e danni a edifici e infrastrutture, mentre a Manizales il terremoto ha provocato il crollo di una parte della celebre cattedrale.
Le immagini diffuse nelle ore successive hanno mostrato una situazione difficile: persone all'esterno degli edifici, soccorritori impegnati nelle macerie, strutture gravemente lesionate e cittadini costretti a trascorrere ore lontano dalle proprie abitazioni.
In alcune zone sono state adottate anche misure di sicurezza straordinarie.
Il problema, dopo un terremoto, non termina infatti con la prima scossa.
Un edificio già lesionato può diventare pericoloso durante una replica. Per questo le autorità hanno invitato la popolazione a non rientrare negli immobili danneggiati fino alle verifiche tecniche.

Le immagini della paura: dall'aeroporto alla cabinovia

Tra le immagini più impressionanti circolate dopo il terremoto ci sono quelle provenienti dall'area di Pereira.
All'aeroporto, durante la scossa, i passeggeri hanno cercato riparo mentre l'ambiente veniva attraversato dal panico e alcuni elementi della struttura risultavano danneggiati.
Ancora più spettacolare è stata la situazione vissuta dai passeggeri della cabinovia.
Quando il terreno ha iniziato a muoversi, le cabine hanno oscillato violentemente. Per chi si trovava sospeso a decine di metri dal suolo, la sensazione doveva essere particolarmente drammatica: impossibilità di scendere immediatamente, movimento incontrollabile e paura che qualcosa potesse cedere.
Sono immagini che aiutano a comprendere un aspetto spesso trascurato dei terremoti.
La pericolosità non dipende soltanto dagli edifici.
Un terremoto può trasformare in pochi secondi un aeroporto, una strada, un ponte, un sistema ferroviario o una cabinovia in un luogo di emergenza.

Perché la Colombia è così sismica

La domanda è inevitabile: perché in Colombia si verificano terremoti così importanti?
La risposta è scritta nella geologia del Paese.
La Colombia si trova in una delle aree tettonicamente più complesse del Sud America. Nel settore occidentale, la placca di Nazca scende sotto la placca Sudamericana.
Questo processo, chiamato subduzione, genera accumulo e rilascio di enormi quantità di energia.
Ma non è l'unico meccanismo.
Nel territorio colombiano interagiscono anche la placca Sudamericana e quella Caraibica, mentre numerose strutture tettoniche attraversano il Paese.
Il risultato è una sismicità molto elevata.
Il SGC afferma che in Colombia vengono registrati mediamente circa 2.500 terremoti al mese, anche se la stragrande maggioranza è troppo debole per essere percepita dalla popolazione.
Questo dato può sembrare sorprendente.
Non significa che la Colombia sia colpita ogni mese da migliaia di terremoti distruttivi. Significa che la crosta terrestre è continuamente interessata da piccoli movimenti, mentre soltanto una piccola parte degli eventi raggiunge magnitudo sufficienti per essere avvertita.

103 chilometri di profondità: perché il terremoto si è sentito così tanto?

Uno degli aspetti più interessanti del terremoto colombiano è proprio la sua profondità.
Con un ipocentro a circa 103 chilometri, non siamo davanti al classico terremoto superficiale.
Eppure la scossa è stata avvertita in un'area enorme.
Il motivo è la magnitudo.
Un terremoto di magnitudo 7,4 libera un'enorme quantità di energia. Anche se parte dell'energia si attenua durante il percorso attraverso la crosta terrestre, ciò che rimane è sufficiente per produrre movimenti molto intensi a grande distanza.
È anche per questo che confrontare due terremoti soltanto attraverso la magnitudo può essere fuorviante.
Un terremoto superficiale di magnitudo inferiore, ma localizzato sotto una grande città, può causare più vittime di un terremoto più potente che avviene molto più in profondità o lontano dai centri abitati.
La profondità, la distanza dall'epicentro, il tipo di terreno, la qualità degli edifici e l'orario dell'evento possono cambiare radicalmente il bilancio finale.

Il terremoto del 2026 è davvero il più forte della Colombia moderna?

Secondo il Servicio Geológico Colombiano, sì: quello del 10 agosto è il terremoto di maggiore magnitudo registrato in Colombia nel XXI secolo.
Il dato va però interpretato correttamente.
Dire "il più forte" non significa automaticamente "il più mortale".
La storia colombiana lo dimostra in modo molto chiaro.
Alcuni terremoti con magnitudo inferiore hanno provocato distruzioni enormemente maggiori perché hanno colpito direttamente centri abitati vulnerabili.
Ed è proprio qui che la cronaca del 2026 si collega alla storia del Paese.

Tumaco 1979: un terremoto di magnitudo 8 e uno tsunami

Per trovare uno degli eventi sismici più potenti della storia colombiana bisogna tornare al 12 dicembre 1979.
Il terremoto di Tumaco ebbe una magnitudo intorno a 8 e interessò la costa sud-occidentale della Colombia e il nord dell'Ecuador.
Fu un terremoto molto diverso da quello del 2026.
L'evento del 1979 fu legato alla zona di subduzione lungo la costa pacifica e provocò anche un tsunami.
Una parte della costa si abbassò, mentre in mare si verificarono deformazioni del fondale capaci di spingere l'acqua verso la terraferma.
Il sisma provocò crolli, liquefazione dei terreni e gravi danni lungo la costa.
Il caso di Tumaco è importante perché mostra quanto possa essere differente la pericolosità di un terremoto quando entrano in gioco anche fenomeni secondari come lo tsunami.
Confrontare Tumaco 1979 con il terremoto del 2026 permette quindi di capire una cosa fondamentale: magnitudo e conseguenze non sono sinonimi.

Popayán 1983: quando un terremoto più piccolo diventa una tragedia enorme

Il 31 marzo 1983, Popayán fu colpita da un terremoto di circa magnitudo 5,6.
Numeri alla mano, sembrerebbe un evento molto meno importante rispetto al 7,4 del 2026.
Eppure le conseguenze furono drammatiche.
Il terremoto provocò circa 250 morti e 1.500 feriti secondo l'infografica storica del Servicio Geológico Colombiano. Migliaia di costruzioni furono danneggiate o distrutte.
La profondità relativamente ridotta e la vulnerabilità del patrimonio edilizio contribuirono a rendere devastante un terremoto che, in termini di magnitudo, era molto più debole rispetto a quello del 2026.
È uno dei migliori esempi per capire perché la domanda "quanto è forte il terremoto?" non basta.
La domanda successiva deve sempre essere:
dove è avvenuto, a quale profondità e su quali edifici?

Armenia 1999: la ferita ancora impressa nell'Eje Cafetero

Il precedente più importante per comprendere l'impatto del terremoto del 2026 sull'area di Pereira e dell'Eje Cafetero è probabilmente quello del 25 gennaio 1999.
Quel giorno un terremoto di magnitudo 6,1 colpì l'area dell'Eje Cafetero.
L'epicentro fu localizzato vicino ad Armenia.
La città subì danni enormi.
Secondo i dati storici del SGC, ad Armenia morirono 921 persone, mentre migliaia rimasero ferite e oltre 21.000 abitazioni risultarono danneggiate o distrutte. L'evento interessò inoltre numerosi comuni e provocò danni a scuole, ospedali e infrastrutture.
Una successiva documentazione del SGC riporta per l'intera area circa 1.185 vittime e oltre 8.500 feriti, evidenziando quanto il bilancio dipenda dal perimetro geografico utilizzato per la conta.
Il terremoto del 1999 resta quindi un punto di riferimento fondamentale.
E c'è un particolare inquietante.
Il terremoto del 2026 ha colpito nuovamente un'area nella quale la memoria del 1999 è ancora molto forte: Pereira e il territorio dell'Eje Cafetero.

Colombia 2026 contro Venezuela 2026: due tragedie diverse

Il confronto con il Venezuela è inevitabile.
Il 24 giugno 2026, il Venezuela era stato colpito da una sequenza eccezionale composta da due terremoti ravvicinati: prima un evento di magnitudo 7,2, seguito appena 39 secondi dopo da un terremoto di magnitudo 7,5.
Il secondo è stato più potente del terremoto colombiano del 10 agosto.
Ma la differenza di magnitudo non è enorme.
Passare da 7,4 a 7,5 significa aumentare l'energia sismica di circa 40%, non raddoppiarla.
Il confronto cambia invece completamente quando si guardano le conseguenze umane.
Secondo Reuters, il bilancio ufficiale venezuelano era arrivato a 6.125 morti al 3 agosto, con quasi 61.000 persone assistite negli ospedali.
Il terremoto colombiano, per quanto gravissimo, non ha raggiunto una scala paragonabile di vittime.
Questo dimostra ancora una volta che la magnitudo non determina da sola la gravità di una catastrofe.

Magnitudo 7,4 contro 7,5: perché il numero inganna

La scala della magnitudo è logaritmica.
Questo significa che una variazione apparentemente piccola corrisponde a un aumento significativo dell'energia liberata.
Tra magnitudo 7,4 e 7,5 la differenza energetica è di circa 1,4 volte.
Tra 7,4 e 7,2, invece, un terremoto di 7,4 libera circa il doppio dell'energia di uno di 7,2.
Ma non significa che il terremoto da 7,4 debba necessariamente causare il doppio dei danni.
Per capirlo basta confrontare il 2026 con Popayán 1983.
5,6 contro 7,4 è una differenza enorme di energia, ma Popayán dimostra che un terremoto relativamente meno potente può diventare letale quando colpisce direttamente una popolazione e un patrimonio edilizio vulnerabile.

Il confronto con il Venezuela è ancora più impressionante

Nel Venezuela del giugno 2026 non ci fu una singola scossa.
Ci fu una sequenza ravvicinata di due grandi terremoti.
Il primo ebbe magnitudo 7,2.
Dopo meno di un minuto arrivò il 7,5.
Questo significa che la popolazione non ebbe praticamente il tempo di recuperare dal primo evento prima di affrontare il secondo.
Le conseguenze furono devastanti soprattutto nell'area di Caracas e nello Stato di La Guaira.
Reuters ha successivamente riferito che la sequenza venezuelana aveva provocato danni diretti stimati in 19,6 miliardi di dollari, secondo una valutazione della Banca Mondiale, con effetti molto pesanti sul patrimonio abitativo e sulle infrastrutture.
Il terremoto colombiano del 10 agosto si inserisce quindi in una situazione regionale particolarmente delicata.
A distanza di poche settimane, due Paesi vicini sono stati colpiti da terremoti di magnitudo superiore a 7.
Ma non esiste, sulla base dei dati disponibili, alcun motivo scientifico per sostenere che il terremoto venezuelano abbia "provocato" quello colombiano.
Sono eventi distinti, legati alla complessa dinamica tettonica della regione.

Una Colombia abituata ai terremoti, ma non immune ai disastri

La vera questione riguarda la vulnerabilità.
Un Paese può avere una rete sismologica molto efficiente e allo stesso tempo subire danni enormi quando un terremoto colpisce un'area urbana.
La tecnologia permette oggi di sapere quasi immediatamente dove è avvenuto un terremoto, quale magnitudo ha avuto e quante persone lo hanno percepito.
Ma non permette ancora di prevedere con certezza il giorno, l'ora e il luogo di una futura grande scossa.
Il SGC lo ribadisce chiaramente: non esiste attualmente un metodo scientificamente comprovato per prevedere un terremoto o le sue repliche.
Questo significa che la preparazione rimane fondamentale.
Norme antisismiche, controlli sugli edifici, piani di evacuazione, sistemi di emergenza e informazione della popolazione possono fare una differenza enorme.

Cosa può succedere adesso?

La fase più delicata non è necessariamente terminata.
I soccorritori devono continuare a cercare eventuali persone intrappolate, mentre tecnici e autorità devono controllare gli edifici danneggiati.
Poi ci sarà una seconda emergenza: quella abitativa.
Le persone che hanno perso la casa dovranno trovare sistemazioni temporanee. Ospedali e infrastrutture danneggiate dovranno essere ripristinati. Gli aeroporti e i sistemi di trasporto dovranno tornare operativi.
E ci sarà anche il problema psicologico.
Per chi ha vissuto un terremoto di questa intensità, la paura non scompare quando termina la scossa principale.
Ogni nuova vibrazione può riaccendere il panico.

Il terremoto colombiano nella prospettiva della storia

Messo in prospettiva, il terremoto del 10 agosto 2026 occupa già un posto particolare nella storia sismica della Colombia.
 
È stato:
• magnitudo 7,4;
• epicentro a San José del Palmar, Chocó;
• profondità circa 103 km;
• il più forte terremoto registrato in Colombia nel XXI secolo secondo il SGC;
• avvertito in una vasta parte del Paese e anche oltre confine;
• seguito da numerose repliche;
• associato a crolli, feriti, vittime e pesanti danni infrastrutturali.
 
Ma il confronto storico racconta una storia ancora più interessante.
Il Tumaco del 1979 fu più potente.
Il Popayán del 1983 ebbe una magnitudo molto inferiore ma fu estremamente distruttivo.
L'Armenia del 1999 ebbe magnitudo 6,1 e provocò oltre mille vittime nell'area interessata.
Il Venezuela del giugno 2026 ebbe due grandi terremoti, 7,2 e 7,5, e un bilancio umano enormemente più pesante.
La lezione è sempre la stessa.
Un terremoto non si misura soltanto con il numero della magnitudo. Si misura anche attraverso le persone che si trovano sopra la faglia, la qualità degli edifici, la profondità dell'evento, il tipo di terreno, la distanza dai centri abitati e la capacità di reagire nelle prime ore.

Una domanda resta aperta

La Colombia continuerà a tremare.
Il dato scientifico non è una previsione, ma una certezza geologica: il Paese si trova in una regione altamente sismica e continuerà quindi a registrare terremoti.
La vera domanda è un'altra.
Quanto sarà preparata la Colombia al prossimo grande terremoto?
Il sisma del 10 agosto ha dimostrato che anche un terremoto profondo può produrre conseguenze enormi su una vasta area.
Ha riaperto ferite storiche nell'Eje Cafetero.
Ha ricordato la tragedia di Popayán.
Ha riportato alla memoria Tumaco.
E, a poche settimane dal dramma venezuelano, ha mostrato ancora una volta quanto sia fragile la fascia nord-occidentale del Sud America di fronte alla forza della Terra.
Il bilancio dell'11 agosto resta provvisorio e potrà cambiare.
Le macerie, invece, raccontano già una storia che non ha bisogno di numeri per essere compresa.

⚠️ ALLERTA — BILANCIO PROVVISORIO

I dati relativi a vittime, feriti, dispersi e danni sono ancora in fase di aggiornamento. Le operazioni di soccorso, la verifica degli edifici e l'identificazione delle vittime sono tuttora in corso e il bilancio potrebbe quindi subire variazioni nelle prossime ore.
Le informazioni riportate in questo articolo si riferiscono agli ultimi dati disponibili al momento della pubblicazione e saranno soggette a ulteriori aggiornamenti da parte delle autorità colombiane. In caso di differenze tra i primi bilanci diffusi e quelli successivi, fa fede l'aggiornamento ufficiale più recente.

🎥 VIDEO — LE IMMAGINI DEL TERREMOTO IN COLOMBIA

Una selezione di immagini video documenta alcuni dei momenti più drammatici del terremoto che ha colpito la Colombia il 10 agosto 2026, mostrando la forza della scossa e le conseguenze vissute dalla popolazione.
 
 
I contenuti audiovisivi di questo articolo non sono di proprietà del blog. Per eventuali richieste relative ai diritti o alla rimozione dei contenuti, contattare i rispettivi titolari.


🌎 APPROFONDIMENTO: IL TERREMOTO IN VENEZUELA

Per approfondire la drammatica sequenza sismica che ha colpito il Venezuela nelle settimane precedenti:
 



Fonti consultate:

 

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Crisi del sangue negli USA: la Croce Rossa lancia un nuovo allarme

Negli Stati Uniti c'è una risorsa che normalmente non fa notizia, finché non comincia a mancare: il sangue.
Nell'estate 2026 la situazione è diventata abbastanza seria da spingere la American Red Cross a dichiarare una crisi nazionale delle scorte, la seconda nella sua storia. E a distanza di due settimane dall'annuncio, il problema non può ancora essere considerato risolto.
Le donazioni hanno raggiunto un livello estivo che la Croce Rossa descrive come il più basso degli ultimi quattro anni. Nel frattempo, gli ospedali continuano ad avere bisogno di sangue, soprattutto durante quella che negli Stati Uniti viene considerata la stagione estiva degli incidenti e dei traumi.
Il dato più preoccupante riguarda il gruppo 0 positivo, uno dei più utilizzati nelle trasfusioni: al momento della dichiarazione della crisi, la disponibilità nazionale della Croce Rossa era scesa sotto una giornata di scorte.
E oggi, 10 agosto, gli appelli alla donazione continuano.

Perché la crisi del sangue è arrivata proprio in estate

La parola "crisi" può sembrare esagerata quando si parla di una banca del sangue. In realtà indica una situazione molto precisa: le riserve scendono a livelli abbastanza bassi da rendere più difficile garantire una risposta normale alle necessità degli ospedali.
Il problema nasce dall'incontro di due fenomeni.
Da una parte ci sono meno donazioni. Dall'altra, durante i mesi estivi, la domanda può aumentare.
Vacanze, temperature estreme, qualità dell'aria, cambiamenti nella routine e la sospensione di molte campagne di raccolta organizzate attraverso scuole e altri luoghi di aggregazione possono rendere più difficile mantenere il numero abituale di donatori.
La Croce Rossa ha inoltre indicato tra i fattori di questa estate particolarmente difficile anche la diffusione di malattie legate agli alimenti e le condizioni meteorologiche estreme.
È quindi un problema meno spettacolare di un'emergenza improvvisa, ma potenzialmente altrettanto delicato: il sangue deve essere disponibile prima che qualcuno ne abbia bisogno.

Le scorte di sangue sono già sotto pressione

Il passaggio più significativo è arrivato a luglio.
Il 13 luglio la Croce Rossa aveva già segnalato un'emergenza dopo un calo di circa 25% delle scorte nazionali nel mese di giugno. Le richieste degli ospedali stavano superando quanto previsto, con le distribuzioni ai sistemi ospedalieri superiori di circa 3.500 unità alla settimana rispetto alle aspettative indicate dall'organizzazione.
Il 27 luglio è arrivata la dichiarazione di vera e propria national blood supply crisis.
A quel punto la situazione del gruppo 0 positivo era diventata particolarmente delicata e la Croce Rossa aveva iniziato a limitare le distribuzioni di sangue di tipo O agli ospedali per cercare di preservare le scorte per le emergenze più gravi.
Questo non significa che gli ospedali americani abbiano improvvisamente smesso di effettuare trasfusioni.
Significa piuttosto che medici e strutture sanitarie devono gestire una risorsa più scarsa, decidendo con maggiore attenzione come utilizzare le unità disponibili.

Perché il gruppo O è così importante

Non tutti i gruppi sanguigni hanno lo stesso peso nella gestione delle emergenze.
Il sangue 0 positivo è il gruppo più comunemente trasfuso e rappresenta una quota molto importante delle distribuzioni della Croce Rossa. Il gruppo 0 negativo, invece, è particolarmente prezioso nelle emergenze perché viene utilizzato come sangue donatore universale per i globuli rossi.
Quando il gruppo sanguigno di un paziente non è ancora stato determinato o la situazione richiede un intervento immediato, avere scorte sufficienti di sangue O può diventare fondamentale.
Ma c'è un punto importante: la crisi non riguarda soltanto chi possiede sangue di tipo O.
La Croce Rossa continua a chiedere donazioni di tutti i gruppi sanguigni, perché mantenere una rete stabile di scorte richiede un flusso continuo di donatori.

Cosa rischiano concretamente i pazienti

Qui è necessario evitare scenari catastrofici.
Una crisi delle scorte non significa automaticamente che un ospedale debba cancellare tutte le operazioni o che un paziente rimanga senza trasfusione.
La realtà è più complessa.
Quando le scorte diminuiscono, gli ospedali possono adottare strategie di conservazione, utilizzare il gruppo sanguigno specifico del paziente quando disponibile e riservare determinate unità alle situazioni più urgenti.
Il problema è che questa flessibilità ha dei limiti.
Il sangue serve nei traumi, negli interventi chirurgici, nelle complicazioni legate al parto, nei trattamenti oncologici e per le persone che hanno bisogno di trasfusioni periodiche.
Healthline, citando esperti medici e la Croce Rossa, sottolinea proprio questo aspetto: una carenza non significa che le trasfusioni vengano automaticamente interrotte, ma può costringere gli ospedali a gestire le risorse con maggiore cautela.

Il confronto con la crisi del 2022

C'è un altro dettaglio che rende particolare l'allarme del 2026.
Questa è soltanto la seconda volta nella storia della Croce Rossa americana che viene dichiarata una crisi nazionale delle scorte di sangue.
La precedente risale al gennaio 2022, durante la fase della pandemia di COVID-19.
Il paragone è interessante perché mostra quanto sia insolita la situazione attuale: non siamo davanti a una semplice oscillazione stagionale delle donazioni, ma a un livello di disponibilità che la Croce Rossa ha ritenuto sufficientemente basso da richiedere una dichiarazione nazionale.
La differenza rispetto al 2022 è però altrettanto importante: oggi il problema è legato soprattutto alla combinazione tra calo delle donazioni, domanda ospedaliera e difficoltà stagionali nella raccolta.

La situazione è ancora critica il 10 agosto

L'aspetto più importante dell'aggiornamento odierno è che l'emergenza non è semplicemente finita con l'annuncio di luglio.
Un aggiornamento pubblicato il 10 agosto da Axios sulla situazione nello Utah descrive ancora una carenza nazionale a livelli critici e riferisce che le donazioni sono scese a un minimo estivo di quattro anni. L'articolo cita inoltre situazioni locali in cui alcune scorte di determinati gruppi sanguigni possono coprire soltanto pochi giorni.
Un altro esempio arriva dal Texas.
Nell'area di San Antonio, il South Texas Blood & Tissue ha riferito di raccogliere durante questa estate circa 300-350 unità al giorno, contro un fabbisogno abituale di circa 600 unità quotidiane per la rete di strutture servite. Si tratta di un dato locale e non va automaticamente esteso all'intero Paese, ma rende visibile quanto possa essere difficile la situazione in alcune regioni.
È proprio questa dimensione locale a rendere il problema più complicato: una crisi nazionale non significa che ogni città abbia esattamente lo stesso livello di scorte.

Perché bastano pochi giorni per cambiare la situazione

Il sangue non è una risorsa che può essere semplicemente prodotta quando serve.
Dipende dai donatori.
Per questo anche piccoli cambiamenti nella partecipazione possono avere conseguenze importanti. La Croce Rossa ha spiegato che tre donatori in più per ogni raccolta possono contribuire a stabilizzare nuovamente le scorte.
È un dettaglio interessante perché ribalta la prospettiva.
Davanti a numeri nazionali enormi, una singola donazione può sembrare insignificante. In realtà il sistema funziona proprio attraverso migliaia di contributi individuali che, sommati, permettono agli ospedali di avere sangue disponibile ogni giorno.

Cosa potrebbe succedere adesso

La variabile decisiva saranno le prossime settimane.
Se il numero delle donazioni aumenterà in modo sufficiente, le scorte potranno progressivamente ricostituirsi. Se invece il calo dovesse continuare mentre la domanda ospedaliera rimane elevata, la pressione sui sistemi locali potrebbe aumentare.
La Croce Rossa sta quindi chiedendo ai potenziali donatori di non aspettare che la situazione migliori da sola.
L'obiettivo non è soltanto superare l'emergenza di questi giorni. È ricostruire una riserva abbastanza stabile da poter affrontare anche gli imprevisti.

Una crisi che mette al centro una scelta molto semplice

La crisi del sangue negli Stati Uniti ha una caratteristica particolare: non può essere risolta soltanto con tecnologia, investimenti o nuove infrastrutture.
Serve anche una persona che decida di presentarsi a una raccolta.
Il dato più sorprendente è forse proprio questo. In un sistema sanitario tecnologicamente avanzato, una delle risorse più importanti continua a dipendere da un gesto umano impossibile da automatizzare completamente.
La domanda, quindi, non è soltanto quanto siano basse le scorte americane.
È quanto velocemente gli Stati Uniti riusciranno a convincere abbastanza persone a tornare a donare.
E, mentre l'estate 2026 entra nella sua fase finale, quella risposta potrebbe determinare quanto a lungo durerà questa seconda crisi nazionale delle scorte di sangue.

Fonti consultate:

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Patente a 17 anni e sorpasso a destra: cosa cambia nel Codice della strada

Una patente per l’auto a 17 anni. Il possibile via libera al sorpasso a destra sulle autostrade a tre corsie. Multe più proporzionate, nuove regole per chi circola senza assicurazione e maggiori tutele per motociclisti e persone con disabilità.
Il Codice della strada potrebbe cambiare ancora.
La novità, però, va letta con attenzione: non sono ancora regole definitive. Il Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti ha messo sul tavolo una serie di proposte e ha avviato una fase di confronto con operatori e associazioni di settore. L'obiettivo dichiarato è arrivare a un testo aggiornato, con la sicurezza stradale come priorità.

La patente B potrebbe arrivare a 17 anni

È probabilmente la proposta destinata a far discutere di più.
L'idea è abbassare da 18 a 17 anni l'età minima per conseguire la patente B, quella necessaria per guidare le normali automobili.
Ma questo non significherebbe necessariamente lasciare un diciassettenne completamente solo al volante.
La misura si inserisce infatti nel nuovo modello europeo di guida accompagnata per i conducenti di 17 anni. Le nuove regole europee prevedono un sistema nel quale il giovane può ottenere la patente e guidare accompagnato prima del compimento dei 18 anni, secondo condizioni stabilite dalla normativa nazionale.
Il tema è quindi diverso dalla semplice domanda: “A 17 anni potrò guidare da solo?”
La risposta, almeno per il sistema di guida accompagnata previsto dalle nuove regole europee, è no: fino ai 18 anni la guida dovrà avvenire con un accompagnatore secondo le condizioni previste.
Il passaggio a una patente B ottenuta a 17 anni rappresenterebbe comunque un cambiamento importante per l'Italia.
Non si tratta soltanto di anticipare di dodici mesi l'accesso alla patente. Significa anche modificare il percorso con cui un giovane prende confidenza con l'auto, introducendo una fase di esperienza reale prima della guida autonoma.

Perché si parla proprio di 17 anni?

La questione non nasce esclusivamente in Italia.
L'Unione europea ha infatti lavorato alla revisione delle norme sulle patenti introducendo, tra le altre misure, un sistema di guida accompagnata per i diciassettenni. La riforma europea punta anche a uniformare alcune regole per i neopatentati e a rafforzare la sicurezza durante i primi anni di guida.
Il progetto europeo prevede inoltre un periodo di prova di almeno due anni per i nuovi conducenti, con regole più severe durante questa fase.
L'obiettivo è abbastanza chiaro: permettere ai ragazzi di accumulare esperienza quando sono ancora affiancati da un conducente esperto, invece di concentrare tutta la formazione pratica nei primi mesi dopo il conseguimento della patente.
Per l'Italia, il MIT ha inserito l'abbassamento dell'età a 17 anni tra i punti della revisione nazionale del Codice della strada.

Il sorpasso a destra potrebbe diventare possibile

L'altra proposta che sta attirando grande attenzione riguarda il sorpasso a destra in autostrada.
Anche in questo caso bisogna evitare equivoci.
Non si parla di autorizzare indiscriminatamente qualsiasi sorpasso sulla destra. La proposta del MIT riguarda l'introduzione della circolazione per file parallele sulle autostrade e sulle superstrade a tre corsie, con la conseguente possibilità di superare a destra.
È un cambiamento che potrebbe modificare una delle abitudini più consolidate degli automobilisti italiani.
Oggi, infatti, chi si trova sulla corsia di destra e procede più velocemente rispetto a un veicolo sulla corsia centrale deve prestare particolare attenzione alla distinzione tra semplice superamento e vero e proprio sorpasso.
Con la nuova impostazione allo studio, il principio della circolazione per file parallele cambierebbe il modo di interpretare queste situazioni.
Il punto sarà soprattutto capire come verrà scritta la norma definitiva e quali condizioni saranno previste.

Cosa significa concretamente per chi guida?

Immaginiamo una normale autostrada a tre corsie.
Un'auto procede lentamente nella corsia centrale mentre un altro automobilista viaggia regolarmente sulla corsia di destra. Con il sistema attuale, una situazione del genere può creare un problema perché il conducente sulla destra non dovrebbe trasformare la propria posizione in un vero sorpasso a destra.
La circolazione per file parallele punta invece a gestire proprio situazioni di questo tipo.
Il vantaggio ipotizzato è una maggiore fluidità del traffico e una riduzione dei continui cambi di corsia effettuati per superare un veicolo che occupa inutilmente la corsia centrale.
Ma la novità dovrà essere spiegata molto bene agli automobilisti.
Il rischio, altrimenti, è che “sorpasso a destra consentito” venga interpretato come libertà di effettuare manovre aggressive sulla corsia destra. Non è questo il senso della proposta.

Non ci sono solo patente e sorpassi

La revisione annunciata dal MIT è molto più ampia.
Tra le ipotesi compare una stretta sui veicoli privi di assicurazione, con controlli più integrati attraverso le banche dati della Motorizzazione e la possibilità di arrivare al sequestro del mezzo in caso di mancata regolarizzazione.
Si lavora inoltre su nuove regole per le sanzioni.
L'idea è rendere le multe più proporzionate alla gravità effettiva della violazione, evitando che piccoli errori o ritardi producano aumenti sproporzionati.
Una delle proposte riguarda anche il termine per la notifica dei verbali relativi agli accertamenti da remoto: si passerebbe dagli attuali 90 giorni a 30 giorni, se la modifica venisse approvata nella forma attualmente ipotizzata.
Un altro punto riguarda la destinazione delle somme raccolte con le multe: il MIT propone che il 70% dei proventi vada all'ente proprietario della strada per interventi di sicurezza, mentre il restante 30% rimarrebbe all'ente accertatore per le attività di controllo e notifica.

Più attenzione anche a moto, bici e persone con disabilità

Il nuovo Codice non riguarda soltanto gli automobilisti.
Per i motociclisti è allo studio la possibilità di utilizzare la corsia di emergenza in autostrada in presenza di incidenti o forti rallentamenti, garantendo comunque il passaggio dei mezzi di soccorso.
Sono previste inoltre misure per le cosiddette due ruote a propulsione, con l'ipotesi di introdurre obblighi relativi a casco e contrassegno.
Un'altra proposta riguarda il CUDE, il Contrassegno Unico Disabili Europeo. Il MIT ipotizza l'obbligo per i Comuni di aderire alla piattaforma, collegando il rispetto di tale obbligo anche alla possibilità di utilizzare determinati dispositivi di accertamento a distanza per le violazioni relative alla sosta riservata e alle ZTL.
Sono quindi diversi gli aspetti della mobilità quotidiana che potrebbero essere modificati.

Quando entreranno in vigore le nuove regole?

Questa è forse la precisazione più importante per chi sta leggendo le notizie sulla patente a 17 anni.
Al momento non bisogna considerare queste novità già operative.
L'8 agosto 2026 il MIT ha comunicato di aver inviato i materiali di lavoro a oltre cento operatori e associazioni di settore. Si tratta quindi di una fase di consultazione e confronto.
Il percorso dovrà portare alla definizione di un testo definitivo e ai successivi passaggi necessari per trasformare le proposte in norme effettivamente applicabili.
Per questo, oggi, non è possibile indicare una data certa per l'entrata in vigore della patente B a 17 anni o del nuovo sistema di circolazione per file parallele.
Le regole attuali restano quindi valide fino a quando un'eventuale modifica normativa non sarà approvata ed entrerà effettivamente in vigore.

Cosa potrebbe succedere adesso?

Il confronto appena avviato potrebbe portare a modifiche rispetto alle ipotesi attuali.
Alcune proposte potrebbero essere confermate, altre cambiate e altre ancora potrebbero non arrivare nel testo definitivo.
La patente a 17 anni sembra comunque destinata a essere uno dei punti più osservati, anche perché si collega al nuovo quadro europeo sulle patenti e alla possibilità di introdurre un periodo di guida accompagnata.
Il sorpasso a destra, invece, potrebbe essere il cambiamento capace di incidere maggiormente sulle abitudini quotidiane di chi percorre autostrade e superstrade a tre corsie.
Ed è proprio qui che si giocherà una parte importante del dibattito: rendere il traffico più fluido senza trasformare una nuova regola in una fonte di maggiore confusione.

Un Codice della strada ancora da scrivere

La strada verso il nuovo Codice è quindi appena iniziata.
Le proposte presentate dal MIT fotografano un possibile cambiamento piuttosto ampio: più giovani alla guida, nuove regole sulle corsie, multe più proporzionate, controlli più digitali e maggiore attenzione alle diverse categorie di utenti della strada.
Ma tra una proposta e una legge c'è ancora un passaggio fondamentale.
Per ora, dunque, meglio non correre troppo: la patente a 17 anni e il sorpasso a destra sono novità allo studio, non ancora regole da applicare sulle strade italiane.
La domanda che resta aperta è una sola: queste modifiche riusciranno davvero a rendere la circolazione più semplice e sicura, oppure cambieranno soltanto le abitudini degli automobilisti?

Fonti consultate:

 

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Italia e Spagna ai ferri corti: Ceuta mette sotto pressione Schengen

Per anni il confine tra Italia e Spagna è stato quasi invisibile. Si prende un aereo, si sale su una nave, si arriva dall'altra parte dell'Europa senza incontrare il tipo di controlli che un tempo accompagnavano ogni attraversamento di frontiera.
Oggi quello scenario è cambiato, almeno temporaneamente.
La crisi migratoria esplosa a Ceuta, territorio spagnolo situato sulla costa nordafricana e confinante con il Marocco, ha infatti prodotto una conseguenza che va ben oltre l'enclave.
Roma ha deciso di reintrodurre controlli temporanei sui collegamenti provenienti dalla Spagna. Madrid, dopo aver chiesto all'Italia di fare marcia indietro, ha risposto introducendo a sua volta controlli sui viaggiatori provenienti dall'Italia.
Le verifiche spagnole sono entrate in vigore alla mezzanotte dell'8 agosto e, secondo quanto comunicato dalle autorità di Madrid, sono previste fino alla mezzanotte del 7 settembre, salvo cambiamenti della situazione.
Non significa che Schengen sia finito.
Ma significa qualcosa di importante: una crisi migratoria concentrata in un territorio relativamente piccolo può rapidamente trasformarsi in una questione politica europea, arrivando a coinvolgere anche i cittadini che semplicemente stanno andando in vacanza.

Ceuta, da crisi locale a problema europeo

Ceuta occupa una posizione particolare.
È una città autonoma spagnola in Nord Africa, separata dalla Spagna continentale dallo Stretto di Gibilterra e circondata dal territorio marocchino.
Proprio questa collocazione rende il territorio estremamente sensibile alle dinamiche migratorie tra Africa ed Europa.
Nelle ultime settimane la situazione è diventata eccezionale. Secondo i dati riferiti dalle autorità spagnole, circa 72.000 persone sarebbero entrate a Ceuta, mentre circa 70.000 sarebbero successivamente rientrate in Marocco. I numeri sono enormi e hanno alimentato un confronto politico molto acceso sul funzionamento delle frontiere europee.
Il problema, però, non riguarda soltanto il numero degli ingressi.
La domanda che si è posta il governo italiano è un'altra: che cosa succede se una parte di queste persone prosegue successivamente verso altri Paesi europei?
È proprio da questa preoccupazione che nasce la decisione di Roma.

Perché l'Italia ha introdotto i controlli

Il governo italiano considera la situazione di Ceuta collegata a un possibile rischio di movimenti secondari di migranti irregolari all'interno dello spazio europeo.
Roma ha quindi deciso di effettuare controlli sui collegamenti provenienti dalla Spagna, concentrandosi in particolare sui cittadini di Paesi terzi.
Non si tratta, almeno formalmente, della chiusura dei collegamenti tra Italia e Spagna.
A essere modificato è il livello dei controlli.
Il governo Meloni ha difeso la decisione sostenendo che le condizioni di sicurezza non consentono, almeno per il momento, di tornare alla situazione precedente.
Il punto temporale indicato da Palazzo Chigi è il 15 agosto, data considerata particolarmente delicata anche per le segnalazioni relative a un possibile nuovo tentativo di attraversamento verso Ceuta.
È importante però non trasformare un'allerta in una certezza.
Al momento non esiste la certezza che il 15 agosto si verificherà una nuova incursione di massa. Si tratta di uno scenario monitorato dalle autorità e collegato anche a messaggi circolati sui social network.

Madrid reagisce: controlli anche sui viaggiatori dall'Italia

La risposta spagnola è arrivata rapidamente.
Dopo aver chiesto a Roma di revocare le proprie misure, il governo di Pedro Sánchez ha deciso di introdurre controlli temporanei sui viaggiatori provenienti dall'Italia.
Secondo quanto riferito dal ministero dell'Interno spagnolo, le verifiche riguardano porti e aeroporti e sono previste dall'8 agosto al 7 settembre.
La motivazione ufficiale viene collegata alla persistente pressione migratoria irregolare che interessa l'Italia.
La decisione rappresenta un evidente salto di livello nello scontro diplomatico.
Fino a pochi giorni fa il problema sembrava concentrato sul rapporto tra Italia e Spagna in relazione alla crisi di Ceuta.
Ora, invece, il confronto coinvolge direttamente il funzionamento delle frontiere interne dello spazio Schengen.
ANSA descrive la situazione come una ritorsione di Madrid dopo la decisione italiana e riferisce che Roma non intende, almeno per il momento, modificare la propria posizione prima del 15 agosto.

Schengen è davvero sospeso?

Questa è probabilmente la domanda più importante.
La risposta breve è: no, Schengen non è stato abolito e non è stato chiuso lo spazio europeo di libera circolazione.
Il termine corretto è reintroduzione temporanea dei controlli alle frontiere interne.
Il sistema Schengen consente agli Stati membri di ripristinare temporaneamente i controlli quando ritengono che esista una minaccia grave per l'ordine pubblico o la sicurezza interna.
La normativa europea considera però questa possibilità una misura eccezionale e di ultima istanza.
La durata e la portata dei controlli devono essere proporzionate alla minaccia individuata.
Questo dettaglio è fondamentale perché cambia completamente la percezione della vicenda.
Non siamo davanti alla fine del sistema Schengen.
Siamo davanti a una situazione nella quale due Paesi dell'area Schengen stanno temporaneamente aumentando i controlli sui rispettivi collegamenti.
È una differenza tecnica, ma anche politica.

Cosa cambia per chi deve viaggiare

Per il turista italiano diretto in Spagna, la prima conseguenza è soprattutto pratica.
Il viaggio può continuare.
Non esiste un divieto generale per gli italiani di entrare in Spagna, né un blocco dei collegamenti tra i due Paesi.
Ma chi viaggia dovrebbe mettere in conto la possibilità di incontrare controlli documentali aggiuntivi.
Questo significa una cosa molto semplice: portare con sé un documento valido e prevedere qualche minuto in più negli spostamenti.
Il rischio maggiore, soprattutto nel pieno della stagione estiva, è rappresentato dai possibili rallentamenti negli aeroporti e nei porti.
Un controllo individuale può richiedere pochi minuti.
Moltiplicato per centinaia o migliaia di passeggeri, però, può creare code e ritardi.
Per questo la vicenda di Ceuta, pur essendo una crisi migratoria, può diventare anche un problema concreto per il turismo europeo.

Perché Madrid contesta la decisione italiana

La posizione spagnola è molto diversa da quella italiana.
Madrid sostiene che la maggior parte delle persone entrate a Ceuta sia già rientrata in Marocco e contesta quindi l'idea che l'episodio possa giustificare controlli italiani sui viaggiatori provenienti dalla Spagna.
Il governo spagnolo ha inoltre sottolineato la particolare situazione di Ceuta e ha definito sproporzionata la decisione italiana.
Secondo Madrid, il provvedimento italiano rischia di colpire indiscriminatamente una popolazione e un Paese che non possono essere considerati responsabili degli ingressi irregolari avvenuti nell'enclave.
Il confronto è quindi diventato anche una disputa sulla proporzionalità delle misure.
Ed è proprio la proporzionalità uno dei concetti centrali del sistema europeo.

Il nodo politico: migrazione e libera circolazione

Dietro il confronto tra Roma e Madrid esiste una questione molto più grande.
L'Europa ha costruito Schengen sulla fiducia reciproca.
I Paesi partecipanti hanno accettato di eliminare gran parte dei controlli alle frontiere interne perché, contemporaneamente, esistono controlli alle frontiere esterne e meccanismi comuni di cooperazione.
Quando però uno Stato ritiene che la gestione della frontiera esterna di un altro Paese possa produrre conseguenze sul proprio territorio, quella fiducia viene messa alla prova.
È esattamente ciò che sta accadendo adesso.
L'Italia guarda a Ceuta pensando soprattutto alla possibilità di movimenti successivi.
La Spagna guarda alla stessa crisi e sostiene che la maggior parte delle persone coinvolte non abbia alcuna possibilità concreta di entrare liberamente nel resto dell'area Schengen attraverso Ceuta.
Due letture completamente differenti dello stesso problema.

L'Europa prova a evitare una frattura più grande

La crisi di Ceuta è arrivata anche al tavolo europeo.
Il vertice straordinario dei ministri dell'Interno dell'Unione europea ha mostrato quanto il tema migratorio continui a dividere gli Stati membri.
L'incontro ha prodotto una parziale ricomposizione politica, ma non ha cancellato le differenze tra i governi sulle responsabilità e sulle strategie da adottare.
Sky TG24 ha evidenziato proprio questo elemento: la crisi di Ceuta ha aperto una frattura significativa tra Paesi europei, mettendo nuovamente al centro il rapporto tra sicurezza delle frontiere, gestione dell'immigrazione e solidarietà tra Stati membri.
La questione, quindi, non è più soltanto italiana o spagnola.
È europea.

Il precedente di Ceuta non nasce dal nulla

Chi segue questa vicenda da qualche settimana sa che Ceuta non è comparsa improvvisamente nel dibattito europeo.
La città è da tempo uno dei punti più delicati della frontiera esterna spagnola.
La sua posizione geografica la rende particolarmente vulnerabile alle crisi migratorie e alle tensioni diplomatiche tra Spagna e Marocco.
Per chi vuole ricostruire l'intera vicenda dall'inizio, sul blog abbiamo già pubblicato diversi approfondimenti.
Può essere utile leggere anche:
 
“Attacco a Spagna, Ceuta, mafie, sovranità e futuro dell'Europa”, per comprendere il contesto geopolitico della crisi.
 
 
Un secondo approfondimento riguarda il reportage realizzato da uno YouTuber olandese e permette di osservare la crisi migratoria anche attraverso immagini e testimonianze raccolte sul campo.
 
 
Infine, per chi vuole concentrarsi sui filmati realizzati direttamente sul posto, abbiamo pubblicato anche un articolo dedicato alla verifica e alla lettura dei video circolati durante la crisi.
 
 
Questi articoli non sostituiscono le fonti istituzionali o le agenzie di stampa, ma possono aiutare il lettore a ricostruire il contesto complessivo.

Il 15 agosto diventa una data delicata

Il calendario potrebbe avere un ruolo importante.
Roma ha indicato il 15 agosto come momento per una nuova valutazione delle proprie misure.
La data è diventata particolarmente sensibile anche per le segnalazioni relative a un possibile nuovo tentativo di ingresso a Ceuta.
Ma è necessario mantenere una distinzione fondamentale.
Un allarme non è un evento già avvenuto.
Le autorità spagnole stanno monitorando la situazione e hanno rafforzato l'attenzione sulla frontiera.
Se non dovesse verificarsi una nuova crisi, la pressione politica per ridurre i controlli potrebbe aumentare.
Se invece si verificasse un nuovo tentativo di attraversamento su larga scala, la posizione italiana potrebbe trovare nuovi argomenti per sostenere la necessità delle verifiche.
Ed è proprio questa incertezza a rendere il 15 agosto un passaggio importante.

Una crisi che può diventare un precedente

Il vero punto della vicenda non è soltanto il numero dei controlli effettuati negli aeroporti.
La domanda è molto più profonda.
 
Quanto può resistere il principio della libera circolazione quando gli Stati membri hanno percezioni completamente diverse della sicurezza migratoria?
 
Il sistema europeo permette i controlli temporanei.
Ma se ogni crisi alle frontiere esterne producesse automaticamente nuove verifiche alle frontiere interne, il significato pratico di Schengen potrebbe cambiare lentamente.
Non servirebbe abolire formalmente il sistema.
Potrebbe bastare renderlo progressivamente meno invisibile.
È questa la parte più delicata della vicenda.

Italia e Spagna resteranno davvero ai controlli?

Al momento è troppo presto per dirlo.
La situazione è ancora in evoluzione.
La Spagna ha fissato il proprio periodo di controlli fino al 7 settembre, mentre l'Italia ha indicato il 15 agosto come prima data significativa per rivalutare la situazione.
Tutto dipenderà dall'evoluzione della sicurezza a Ceuta, dagli eventuali nuovi movimenti migratori e dalla capacità dei due governi di trovare una soluzione politica.
Nel frattempo, per i viaggiatori, la regola più semplice resta anche quella più utile:
Italia e Spagna rimangono collegate, ma chi viaggia deve essere preparato a possibili controlli aggiuntivi.
Non è la fine di Schengen.
È però uno dei momenti in cui si vede quanto sia fragile l'equilibrio tra libera circolazione, sicurezza nazionale e gestione comune delle frontiere.
E forse la domanda più importante non è quanto dureranno i controlli.
È capire se, una volta superata la crisi di Ceuta, i due Paesi torneranno rapidamente alla normalità oppure se questo episodio lascerà una traccia più profonda nel modo in cui l'Europa gestisce le proprie frontiere.

 

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